Uno Stato che schiavizza i suoi cittadini non è uno Stato, non è il nostro Stato.

Uno Stato che schiavizza i suoi cittadini non è uno Stato, non è il nostro Stato.

Oggi, in data 18 maggio, Aboubakar Soumahoro e la lega dei braccianti scendono in piazza a Roma, per protestare contro il caporalato e lo strapotere dei giganti del cibo.
Questa realtà è infatti ormai cresciuta a dismisura nella nostra società, al punto da risultare così radicata nel sistema economico da rendere difficile immaginare una transizione ad un sistema più equo e dignitoso per chi attualmente ne rimane schiacciato, trovandosi a vivere condizioni di povertà paragonabili ad una schiavitù legalizzata e che avviene proprio in questo istante, nel nostro stato, col benestare di tutti.
Queste situazioni sono inoltre un humus fertile per la criminalità organizzata, che riesce con facilità ad introdursi in meccanismi di sfruttamento di questo tipo, controllando la filiera a partire dai semi fino ad arrivare alla tavola. Tra i fenomeni che Aboubakar Soumahoro e il sindacalismo agricolo hanno evidenziato c’è sicuramente la piaga sociale del caporalato. Il caporalato, dal 2016, è sanzionato penalmente dall’art 603-bis del codice penale. Tale fattispecie permette oggi di scoprire e punire tante e diverse forme di caporalato, alcune, forse, meno conosciute ma tutte egualmente riprovevoli. Solo di recente, infatti, ci siamo resi conto che il caporalato non è solo quello detto “nero”, che si consuma nei campi e che più si avvicina alla riduzione in schiavitú; ma il caporalato è anche “grigio” e persino “digitale”, come ci ha fatto notare il Tribunale di Milano. Persino nelle applicazioni di food delivery tanto “cool” che tutti usiamo può esserci un grave sfruttamento del lavoro e un approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori. E, inoltre, anche nelle aziende lontane dai campi agricoli, con sedi in contesti urbani, possono esserci dei contesti di intermediazione di manodopera che spingono i lavoratori ad accettare condizioni inaccettabili. La battaglia dei braccianti contro lo sfruttamento ed il caporalato non è solo una battaglia del sindacalismo agricolo, ma è una battaglia di tutti e tutte; una battaglia che protegge tutti noi dallo sfruttamento; una battaglia che rivendica la dignità del lavoro come fondamento della nostra democrazia. Quelli che abbiamo chiamato “invisibili” per lunghi anni sono oggi la linfa vitale di un sindacalismo indignato, davvero assetato di cambiamento e non disposto ad accettare compromessi e contentini.
Siamo davanti ad un momento storico di tremenda importanza, un momento in cui è importante più che mai prendere una posizione, per cui poi la storia ci giudicherà severamente.
Uno stato che schiavizza i suoi cittadini, non è uno stato. Non è il NOSTRO stato.