Quale forma di governo? Da Erodoto a Orwell

Quale forma di governo? Da Erodoto a Orwell

Polibio

La teoria secondo la quale Roma incarni la migliore forma statale, trova la sua massima espressione nel Libro VI delle Storie di Polibio. Egli, che nasce a Megalopoli in Arcadia intorno al 200 a.C., scrive quaranta libri nelle sue Storie dei quali oggi possiamo leggere integralmente solo i primi cinque, parti consistenti dal sesto al diciottesimo e molto frammentariamente i restanti. Le vicende narrate vanno dal 246 a.C., ossia la prima guerra punica, al 146 a.C. “Polibio si mostra particolarmente attento alla questione metodologica, su cui interviene più volte. Egli non mira a divertire, ma a educare, convinto che un’attenta analisi degli eventi del passato, e in special modo dei fattori che li hanno determinati, sia una guida per il futuro.” Sono tre le fasi della storia pragmatica che Polibio delinea in Storie XII 25e:

  • Lo studio dei documenti, ossia degli archivi e delle fonti ufficiali e anche di chi ha già trattato le vicende che ci si presta ad affrontare;
  • L’autopsia, cioè l’osservazione diretta dei luoghi;
  • La conoscenza della politica.

Nel sesto libro Polibio parte dalla constatazione della difficoltà che la complessità della costituzione romana comportava per una sua esatta rappresentazione. Egli infatti si rivolge ad un pubblico greco, presumibilmente ignorante della politica romana. Instaura quindi la trattazione su un modello estremamente conosciuto: quello del λογος τριπολιτικος. 

“In effetti, illustrare le vicende passate e predire gli eventi futuri di quegli Stati greci che spesso hanno avuto grande potenza e si conoscono, e agevole profetizzare il futuro tenendo presente quanto è già accaduto. Ma per quanto riguarda lo stato dei Romani, non è per niente semplice né illustrare gli eventi presenti, a causa della natura composita della costituzione, né predire il futuro, poiché le loro vicende particolari, sia della città che dei singoli cittadini, ci sono ignote. Perciò sono necessarie un’attenzione e un’indagine non superficiali, se si vogliono cogliere in modo preciso le particolarità di questo stato. La maggior parte di coloro che vogliono istruirci, quali nostri maestri, su tali questioni, dicono che esistono tre generi di costituzioni, di cui chiamano l’una regno, l’altra aristocrazia, e la terza democrazia. Ma a me sembra proprio che si potrebbe domandare a buon diritto a costoro se ci prospettano queste come le uniche costituzioni, oppure, per Zeus, come le migliori. In entrambi i casi mi sembra che sbaglino. È chiaro, infatti, che deve considerarsi migliore la costituzione che si compone di tutte le caratteristiche di quelle tre” 

(Storie VI, 3.1-7)

Il modello a cui Polibio fa riferimento qui non è Roma, di cui parlerà in seguito, ma Sparta. Nel mondo ellenistico infatti per la costituzione mista si prendeva ad esempio l’ordinamento stabilito da Licurgo per i Lacedemoni. Specifica in seguito che le forme di governo non sono solo monarchia, aristocrazia e democrazia, ma a queste si aggiungono le forme degenerate di ognuna. 

“Non bisogna infatti definire subito regno ogni monarchia, ma soltanto quella che è accettata volontariamente dai sudditi ed è governata con il buon senso più che con il terrore e la forza; né del resto bisogna chiamare aristocrazia ogni oligarchia, ma soltanto quella che viene diretta dagli uomini che siano stati scelti come i più giusti e saggi. Allo stesso modo non è democrazia quella in cui la massa è padrona di fare tutto quello che vuole e progetta; ma dove vi è la tradizione e la consuetudine di venerare gli dei, servire i genitori, rispettare gli anziani e obbedire alle leggi, e quando in costituzioni di tal genere vince l’opinione della maggioranza, questo bisogna chiamare democrazia. Perciò si deve dire che esistono sei generi di costituzione: tre di cui tutti chiacchierano e di cui ora si è già detto e tre connaturate ad esse, cioè tirannide, oligarchia e oclocrazia. 

(Storie VI, 4.1-6)

L’anaciclosi trova spazio nel paragrafo successivo dove Polibio descrive l’evolversi dell’ordinamento politico di uno stato. La posizione dello storico non è certamente né originaria né innovativa, ma anzi egli stesso precisa che il suo scopo è trattare il ciclo costituzionale in modo più semplice, anche se meno preciso rispetto a “Platone e gli altri filosofi”. L’essere umano è naturalmente spinto a raggrupparsi e così l’individuo che spicca per forza fisica e audacia di spirito è destinato a comandare come accade nel regno animale. Col passare del tempo sorge il regno, poiché tra gli uomini si sviluppano abitudini, usi e costumi comuni e i concetti di bene e male e quindi non è più la forza la caratteristica principale del capo, ma la saggezza. La monarchia si tramuta in tirannide quando, i figli dei Re saggi e giusti, si abituano al lusso e si distaccano dalla popolazione. A loro si ribella allora il popolo capeggiato dai cittadini che spiccano per virtù. Questi sono naturalmente eletti come governanti dopo la rivolta, ma col fluire del tempo all’aristocrazia tocca la stessa sorte della monarchia, degenerando così in oligarchia. Quindi insorge nuovamente il popolo che ora non ha più fiducia nel governo del singolo o dei pochi e così assume esso stesso il potere. L’isegoria e la parresia (uguaglianza di diritti e libertà di parola) caratterizzano la democrazia; quando però le nuove generazioni si abituano e danno per scontati tali principi e le ambizioni personali riaffiorano, nasce un nuovo regime fondato sulla forza e sulla violenza: l’oclocrazia. Quest’ultima evoluzione costituzionale rappresenta anche una involuzione allo stato brado di belve. Così, secondo Polibio, il cerchio delle forme di governo si chiude e si ripete. “Polibio considera solo l’ordinamento costituzionale come la causa del successo o del fallimento di uno stato” e così la grande stabilità dello Stato Romano è dovuta esclusivamente al proprio ordinamento politico. Questo, si specifica, non è l’opera di un solo uomo (motivo presente anche nel De re publica di Cicerone), come nel caso di Sparta, ma è frutto del tempo e delle lotte sociali che costellano la storia romana.

“I Romani, invece, hanno portato il sistema politico della loro patria alla stessa perfezione non in seguito ad una deduzione, ma a molte lotte e vicende, scegliendo sempre il meglio in base alla stessa continua esperienza che acquistavano nelle peripezie; in tal modo sono giunti allo stesso risultato di Licurgo e al miglior sistema di governo dei nostri giorni. 

(Storie VI, 10.13-14)

Alla dissertazione sulle forme di governo doveva seguire una sezione intitolata “archeologia romana” che però è arrivata ai giorni nostri estremamente lacunosa e frammentata. In questo capitolo Polibio avrebbe dovuto descrivere l’origine dello Stato Romano. Segue l’argomento principale del Libro VI: l’analisi del successo della Costituzione Romana e la descrizione del suo ordinamento. 

Tre dunque erano le componenti della costituzione Romana che detenevano il potere, e di tutte quante ho parlato prima; tutte le cose venivano regolate e amministrate una per una in modo così equo ed opportuno da queste componenti, che nessuno, neppure tra i Romani stessi, avrebbe potuto dire con sicurezza se questo sistema politico fosse, nel suo complesso, aristocratico, democratico o monarchico. Ed era ovvio che fosse così. Infatti, qualora si fosse contemplata l’autorità dei consoli, il sistema sarebbe apparso completamente monarchico e regio, qualora quella del senato, al contrario aristocratico; e se poi si fosse considerata l’autorità del popolo, sarebbe apparso a buon diritto democratico. Ciascuna parte della comunità dominava una componente della costituzione, e la situazione è la stessa come oggi, tranne alcuni piccoli cambiamenti. 

Descrive in seguito i vari compiti che vengono affidati ai consoli, al senato o al popolo:

“I consoli infatti, quando sono presenti a Roma, prima di prendere il comando delle legioni, sono arbitri di tutta l’amministrazione pubblica, poiché tutti gli altri magistrati sono sottoposti e danno ascolto ai loro ordini, ad esclusione dei difensori della plebe; inoltre mostrano le ambascerie in Senato. Oltre le suddette mansioni, essi suggeriscono per la votazione i programmi impellenti e seguono l’intera realizzazione dei rimedi. Poi per quanto concerne le soluzioni relative agli affari pubblici che sono di competenza del popolo, spetta ai consoli averne attenzione, riunire i comizi, presentare le leggi, convalidare le deliberazioni della maggioranza. Per ciò che concerne le organizzazioni di guerra e in generale la condotta delle azioni, essi hanno un potere pressoché autoritario. Infatti, hanno il diritto di imporre agli alleati ciò che desiderano, di eleggere i tribuni militari, di arruolare i soldati, di scegliere gli idonei. Oltre a ciò che è stato detto, hanno anche il diritto di condannare chi vogliono dei loro sudditi, finché sono in campo. Hanno infine il potere di consumare dell’erario quanto ritengono opportuno, accompagnati da un funzionario pubblico, che esegue subito ogni loro disposizione. […]

 Il senato ha in primo luogo il controllo dell’erario e infatti sovrintende ad ogni entrata e similmente ad ogni uscita. […] Ugualmente spetta al senato occuparsi dei delitti commessi in Italia che necessitino di una pubblica inchiesta. […] E poi se bisogna inviare un’ambasciata a gente fuori d’Italia per sedare una disputa, o per inviare una sollecitazione o anche per intimare degli ordini o per ricevere sottomissioni, oppure per dichiarare guerra, è esso che deve darsene pensiero. 

Tuttavia rimane una parte anche per il popolo, e una parte della massima gravità. Nella costituzione Romana, infatti, solo il popolo è padrone di assegnare onori e punizioni, che sono i soli mezzi con cui si tengono insieme signorie, comunità politiche e insomma, ogni forma di vita umana; […] Il popolo inoltre assegna le cariche a coloro che ne sono degni, il che, in uno stato, è il premio più bello per il valore; ha anche il potere di sottoporre a verifica le leggi, e, cosa più importante di tutte, è esso che decide della pace e della guerra; ed è sempre esso che ratifica e rende operative alleanze, accordi di pace e trattati, oppure li rigetta.” 

(Storie VI, 12-13-14)

Queste tre componenti si bilanciano tra di loro nello Stato Romano. Per esempio i consoli hanno bisogno dell’approvazione del senato per stipendiare le legioni e per foraggiarle. La celebrazione stessa delle imprese dei condottieri dipende dal finanziamento deciso dal sensato, garantendo così la capacità all’organo aristocratico romano di amplificare oppure sottacere i tronfi e le gesta dei consoli. Questi devono poi cercare di non inimicarsi il popolo poiché dai cittadini dipende la ratifica dei trattati ‘internazionali’ e a loro devono rendere conto quando depongono la carica. Il senato stesso è limitato dal popolo nell’azione di governo: “Non può mettere in atto le inchieste e le punizioni più importanti per i reati contro lo stato, per i quali è prevista la pena di morte, se il popolo non ha ratificato una precedente delibera senatoria in tal senso. Lo stesso avviene anche per le questioni che riguardano proprio il senato; se infatti qualcuno presenta una legge per minare l’autorità di cui il senato gode per tradizione, o per eliminare i suoi privilegi e i suoi onori, o anche per ridurre i profitti dei suoi membri, è il popolo che è padrone di concedere oppure no tutte queste cose. Inoltre se uno solo dei tribuni della plebe oppone il suo veto, il senato non può non solo attuare alcuna delle sue decisioni, ma neppure riunirsi o radunarsi, nel modo più assoluto.” Anche il popolo necessita del senato, infatti è esso a stanziare i fondi destinati alle opere e alle infrastrutture di pubblica necessità, dalle quali traggono tutti giovamento e molti guadagno e sostentamento. Inoltre spetta al senato scegliere i giudici per le principali cause private e pubbliche. Infine, dice Polibio, è difficile che il popolo si opponga alle iniziative consolari, perché “tutti si ritrovano a ricadere sotto l’autorità di costoro nelle operazioni sul campo” Il risultato è un sistema dove, piuttosto che doversi temere a vicenda, tutte le parti dello Stato sono spinte a collaborare e a far fronte comune nei tempi propizi e nelle avversità. La grande forza che questo sistema conferisce allo stato, anche dal punto di vista militare, fa sì che i cittadini possano vivere in pace e nella prosperità. Questo però, come prima Polibio aveva dimostrato, genera corruzione e lascivia. In questa situazione allora, secondo l’autore, l’ordinamento Romano mostra la sua vera forza, poiché è in grado di trovare al proprio interno la soluzione alla crisi. Infatti se una delle componenti “si gonfia d’orgoglio, anela alla contesa e comanda più del dovuto, è chiaro che, poiché nessuna di esse è indipendente, e le aspirazioni di ognuna possono essere contrastate ed impedite dalle altre, nessuna delle parti riesce a crescere né a montare in superbia.” Lo Stato Romano non è però avulso dalla storia ed impermeabile ai mutamenti. Così il sesto Libro delle storie si chiude con una prospettiva amara: il popolo sarà il motore del cambiamento e ritenendo di subire ingiustizia dalle altre parti, spinto dalle brame di potere personale dei demagoghi, pretenderà per sé tutto il potere.

“Avvenuto questo la costituzione muterà il suo nome nel più bello di tutti, cioè in quello di libertà e democrazia, ma adotterà il peggiore dei sistemi: l’oclocrazia” 

(Storie VI 57.9)

Luca Vezzoli