Il suicidio ne ”I dolori del giovane Werther” di Goethe

Il suicidio ne ”I dolori del giovane Werther” di Goethe

La sera, verso le undici, lo fece seppellire nel luogo che si era scelto. Il vecchio seguì il feretro con i figli. Albert non se la sentì. Si temeva per la vita di Lotte. Artigiani portarono la bara. Nessun sacerdote lo ha accompagnato

C’è del vero dietro l’opera di Goethe? Del vero che l’autore stesso ha sperimentato in prima persona? La risposta è sì. Infatti i due casi di vita che precedono le quattro settimane in cui un giovanissimo Goethe avrebbe scritto forse il suo romanzo più celebre sono: da un lato la passione per Lotte Buff, una ragazza già fidanzata che lo scrittore avrebbe incontrato in uno dei suoi numerosi viaggi; dall’altro il suicidio del giovane Jerusalem, un amico dell’autore, causato da un amore infelice verso la moglie di un altro amico. Da questi presupposti allora nasce questo romanzo, incentrato sull’infelice amore di Werther verso Lotte, anch’essa già fidanzata con un altro uomo.

Quest’ultimo particolare è molto interessante. Infatti, quando Goethe si innamora della sua Lotte già conosce la sua condizione, che la lega ad un altro uomo. E allo stesso modo, anche Werther prima ancora di conoscere la sua Lotte, sa che questa è già fidanzata. Sembra allora che entrambi si siano gettati in un amore palesemente impossibile fin dal principio, quasi per una forma di sbadataggine, di dimenticanza del vero. Infatti, in una occasione, sul finire del libro Lotte dirà a Werther:

”Perché dunque io, Werther? Proprio io, che sono di un altro? O forse è appunto per questo? Io temo, temo sia soltanto l’impossibilità di avermi a renderle così attraente questo desiderio”

Quindi dicendo ciò Lotte starebbe insinuando che Werther non si innamora di lei benché sia fidanzata, ma più che altro si innamora della ”fidanzata”, dell’idea che Lotte fosse fidanzata, e quindi dell’impossibile. Così, in questa luce, anche il suicidio finale di Werther cambia le sue sembianze ontologiche, perchè il dolore del giovane non è causato da uno scontrarsi contro un ostacolo inevitabile della vita, quanto una scelta deliberata verso il dolore, una volontà assurda di condurre un processo interiore di vanificazione dell’esistenza. E quindi Lotte e l’amore impossibile assumono qui i caratteri di un alibi, anche perchè fin dalle prime pagine del ”diario” traspare già una volontà al dolore e persino al suicidio.

”come ogni attività metta capo alla soddisfazione di bisogni che a loro volta non hanno alcuno scopo se non di prolungare la nostra misera esistenza”; e attinge conforto dal ”dolce sentimento di essere libero e di poter lasciare questo carcere quando vorrà”

E allora il tema fondamentale del Werther non è l’amore assurdo verso Lotte, quanto quello che si potrebbe ben definire il ”taedium vitae”, quasi una sorta di assurdo camusiano. Eppure Werther è un ragazzo entusiasta, un seguace della bellezza della natura e della cultura. Ma come si concilia questo entusiasmo col suo esatto contrario, il taedium, con quello che in altri termini, sempre di un filosofo francese, JeanPaul Sartre, potremmo chiamare la ”nausea” verso l’esistenza? Forse la risposta risiede a questo punto nel fatto che l’entusiasmo porta a voler superare i limiti delle cose, portandosi quindi con sé il disgusto di sé e della propria limitatezza. E il primo limite consiste proprio nell’individualità dell’uomo, che si ritrova prigioniero del proprio corpo e tutto ciò che è entusiasmo non è altro che prodotto dalle mura variopinte della prigione. A questo punto una sintesi interessante ci è offerta da Shiller nel suo saggio ”Sulla poesia ingenua e sentimentale”.

”Un indole che abbraccia un ideale con sentimento ardente e fugge la realtà per conquistare un infinito privo di realtà, un’indole che ricerca incessantemente fuori di sé quanto distrugge incessantemente in sé, un’indole per cui solo i propri sogni sono il reale e le proprie esperienze sempre e soltanto i limiti, che infine nel suo stesso essere scorge unicamente un limite e supera anche questo, come è logico, per penetrare nella realtà autentica…”

E sempre Shiller citerà Werther come esempio di sentimento esaltato, che oltrepassa i confini della natura umana, creando così un oggetto che è fondamentalmente un artificio. Un’artificiosità che è in malafede, perchè in questo senso Werther è consapevole fin dal principio dell’impossibilità dell’ottenimento del suo oggetto, e questa volontà al tragico non è altro che uno smodato desiderio di infelicità, e forse un desiderio di morte.

Anche Thomas Mann fa una sua interpretazione del Werther, nel romanzo ”Carlotta a Weimar”. Anche qui il tema dell’amore impossibile viene ricondotto alla volontà di autoesclusione dalla vita e ad una sorta di relazione parassitaria del protagonista con la donna amata. Ma in realtà, anche qui, come nel Werther, la relazione parassitaria non si intrattiene tra l’uomo e la donna, quanto tra l’uomo e se stesso.

Però è interessante anche l’interpretazione dell’autore. Infatti Goethe, in tarda età, davanti alla solita domanda fattagli sulla sua opera, ossia cosa c’è di vero dietro alla storia di Werther, risponde:

”Questa domanda mi è già stata rivolta spesso, e di solito rispondo che allora vi erano in una due persone, una delle quali è perita, mentre l’altra è sopravvissuta per scrivere la storia della prima, così come è detto nel Libro di Giobbe: ‘Signore, tutto il tuo bestiame e i servitori sono stati uccisi, e io solo sono scampato per portartene notizia’ ”

Nota bibliografica: ”introduzione al testo” di Paola Capriolo de I dolori del giovane Werther, edizione Feltrinelli

Vladislav Karaneuski