Quale forma di governo? Da Erodoto a Orwell

Quale forma di governo? Da Erodoto a Orwell

Cicerone

Dalla Πολιτεία di Platone, Cicerone trae spunto nel 55 a.C. per redigere una delle sue più importanti opere filosofiche: il De re publica. Il suo scopo “è quello di indicare i valori della legalità e della giustizia in un’epoca in cui tali valori sembrando calpestati dalla demagogia politica di grandi personalità carismatiche, appoggiate da eserciti più devoti al loro generale che alla res publica, da cui formalmente dipendono.”

La scena politica dalla quale sorge per Cicerone la necessità di scrivere quest’opera, insieme al De legibus, è infatti estremamente turbolenta. Il degrado della scena politica a cui Cicerone assiste è dovuto alle continue lotte intestine per il potere, come tra Gaio Mario e Silla, la sventata congiura di Catilina e gli accordi privati che dal primo triumvirato (60 a.C.) portano alla guerra civile (49-45 a.C.). “Impossibilitato ad agire, Cicerone decide di impegnarsi in una riflessione sulla natura dello stato e delle leggi. Il discorso non è dunque solo teorico, ma anche (e soprattutto) politico.”  Al contrario di Platone, il discorso di Cicerone è molto pragmatico ed aderente alla realtà istituzionale romana di quegli anni. Come infatti osserverà Ambrogio Teodosio Macrobio “Fra i libri di Platone e Cicerone, v’è questa essenziale differenza: che quello immaginò una repubblica, questo una ne ritrasse; l’uno disse come a suo giudizio essa dovrebbe essere, l’altro quale era stata infatti in altri tempi nel suo paese”. Dalla Πολιτεία deriva anche la struttura dialogica del De re publica. Il dibattito tra Scipione Emiliano (dietro le cui parole si nasconde Cicerone), Gaio Lelio, Manio Manilio, Lucio Furio Filo, Gaio Fannio, Publio Rutilio Rufo, Quinto Muzio Scevola, Spurio Mummio e Quinto Elio Tuberone è ambientato nel 129 a.C. e si svolge nella villa suburbana dello stesso Emiliano. Molti sono i temi precedentemente trattati anche da Platone, per esempio nel terzo libro il tema principale è la giustizia, nel quarto e nel quinto (quasi interamente perduti) si parla dell’educazione dei cittadini. Come nel decimo libro della Πολιτεία Platone narrava il mito di Er, così nel De re publica nel sesto e ultimo libro si narra del Somnium Scipionis, che, riprendendo anche le dottrine platoniche sull’immortalità dell’anima, pone l’attenzione sulla figura dell’uomo attivo che combatte per la giustizia e il bene pubblico. È però nei primi due libri (maggiormente nel primo) che Cicerone riprende lo schema presente già in Platone del λογος τριπολιτικος.

“L’esposizione di Cicerone è tesa a mostrare i benefici che derivano dal contemperare l’atteggiamento contemplativo e distaccato della filosofia, con la pratica di una vita pienamente attiva e politica, in accordo con l’utopica visione di Platone: «Felice la nazione i cui filosofi sono re e i cui re sono filosofi»”. Lelio chiede a Scipione quale sia la miglior forma di governo ed egli risponde analizzando prima che cosa sia la Repubblica. Cicerone sostiene che l’essere umano è naturalmente spinto ad aggregarsi e a vivere in comunità e quando questa coopera per il raggiungimento del bene comune, allora si può parlare di Repubblica. 

“Dunque – disse l’Africano – la Repubblica è la cosa del popolo, e popolo non è ogni unione di uomini raggruppata a caso come un gregge, ma l’unione di una moltitudine stretta in società dal comune sentimento del diritto (iuris consensu) e dalla condivisione dell’utile collettivo. E la prima causa di quell’associarsi è non tanto la debolezza, quanto una sorta di naturale istinto degli uomini direi quasi all’aggregazione; perché la specie umana non è incline a vivere separata né a spostarsi da sola, ma generata in modo tale che neppure nell’abbondanza di tutti i beni vuole vivere la vita nella più assoluta solitudine, e a questo la natura non solo inviterebbe gli uomini, ma li costringerebbe.” 

(De re publica I,25)

Cicerone analizza in seguito le tre forme di governo e di ognuna ne evidenzia i difetti. Nelle monarchie il popolo è escluso dalla gestione dello stato e così anche nelle aristocrazie, mentre nelle democrazie la parità di diritti è essa stessa ingiusta perché non considera il merito individuale. Si noti che fino a questo punto egli non sta parlando delle forme degenerate (di cui di seguito poi parla), ma dei difetti connaturati nelle tre forme ‘pure’ di gestione statale.

“ogni Stato, vale a dire quanto riguarda ed appartiene alla comunità, per essere stabile, deve essere retto da una autorità giudicante, che sempre si conformi allo scopo per cui lo Stato fu costituito. Il governo quindi deve essere affidato o ad un uomo solo o a uomini scelti; oppure deve essere assunto da tutto il popolo. Quando tutto il potere è nelle mani di un uomo solo, noi chiamiamo re colui che governa, e regno tale forma di costituzione politica. Diremo invece che uno Stato è governato dai migliori, quando sono al potere gli uomini più autorevoli e illustri; e infine che una costituzione è democratica quando il potere è esercitato dal popolo. Nessuna di queste tre forme di governo, pur mantenendo il vincolo che unisce tra loro gli uomini in una società politicamente costituita, può essere perfetta, né, a mio avviso, la migliore; ma ognuna di esse è tuttavia tollerabile e tale che, in determinati casi, possa preferirsi ad un’altra. Abbia infatti il potere un re giusto e saggio, oppure siano al governo cittadini scelti o il popolo stesso, condizione per nulla augurabile, uno Stato può avere una condizione politica di stabilità, purché non intervengano iniquità e cupidigie. Tuttavia, nei regimi monarchici la massa dei cittadini è esclusa dall’esercizio dei diritti politici e dal governo della cosa pubblica; i governi aristocratici, d’altra parte, sopprimono quasi del tutto la libertà, perché privano il popolo di una effettiva partecipazione alle deliberazioni pubbliche e al potere politico; nelle democrazie infine, dove tutti i poteri sono esercitati dal popolo, l’eguaglianza stessa dei diritti politici è di per sé stessa ingiusta, perché non ammette distinzioni secondo i meriti individuali. Pertanto se il persiano Ciro fu un sovrano giusto e saggio, non mi pare che quella forma di governo sia stata la più desiderabile, perché lo Stato, come ho già detto, è ciò che riguarda e appartiene a tutti i cittadini, mentre là tutto dipendeva dalla volontà di un uomo solo; se i Marsigliesi, nostri clienti, sono governati con alto senso di giustizia da un senato oligarchico, il popolo tuttavia si trova quasi in condizione di servitù; lo Stato ateniese infine perdette il suo decoro e il suo più bell’ornamento quando, soppresso il consiglio dell’Areopago e governandosi attraverso plebisciti e decreti, fu abolita ogni differenza di onori e di poteri tra i singoli cittadini. Intendo riferirmi a quelle tre forme di governo, che non siano turbate e corrotte, ma conservino un loro stabile equilibrio. Ma ognuna di esse, presa singolarmente, ha in sé i difetti dei quali ho parlato prima; ed è inoltre esposta ad altri rischi e pericoli, poiché tutte possono rapidamente e bruscamente degenerare in una forma peggiore. Ad un sovrano tollerabile e, se volete, amabile come Ciro, per fare un nome in particolare, proprio per la facoltà stessa del regime monarchico di mutare carattere secondo la persona che lo regge, tiene dietro un Falaride, famoso per la sua crudeltà, e in una forma di tirannia simile alla sua può rapidamente e facilmente tramutarsi la dominazione di uno solo. Alla oligarchia aristocratica dei Marsigliesi segue da presso quella che fu un tempo in Atene la consorteria faziosa dei Trenta Tiranni. E gli Ateniesi stessi, senza cercare altre genti, trasformarono la loro democrazia in una sfrenata e rovinosa demagogia. […] condizione tristissima, e da queste due forme di involuzione può avere origine il governo aristocratico o quello fazioso e tirannico della oligarchia, oppure il regime monarchico o anche quello democratico. Mi pare dunque di potere affermare che nelle varie forme di governo vi è un continuo e quasi ciclico susseguirsi di vicende e di mutamenti; ed io penso che, come al filosofo spetta una conoscenza teorica dei fenomeni storici, così l’uomo politico deve saper prevedere gli imminenti mutamenti costituzionali, di cui egli, da uomo esperto e dotato di saggezza quasi divina, saprà regolare il corso e mantenere il controllo. Ritengo dunque che sia di gran lunga preferibile una quarta forma di costituzione politica, che risulti dalla fusione e dal moderato temperamento delle prime tre” 

(De re publica I, 26-29)

L’anaciclosi, o il ciclo che vede il continuo mutamento delle forme costituzionali, viene sostenuta anche da Cicerone in questo passaggio. Questa teoria, che peraltro elabora anche Platone, ha una forte matrice stoica, sebbene sia avvalorata anche da molti altri, come Aristotele e Polibio. “Conobbe enorme fortuna nel mondo antico e in età umanistico-rinascimentale”, infatti anche Machiavelli parlò dell’anaciclosi, poiché, a suo parere, l’azione del principe non è sufficiente a mantenere incondizionato lo Stato; infatti casualmente questo sarà destinato alla corruzione.

Cicerone, in seguito afferma che la migliore costituzione non è nessuna di quelle che ha precedentemente delineato, ma quella mista, come quella romana. 

“considerate singolarmente, non ne approvo nessuna per sé stessa, ma preferisco quella che risulti da un saggio temperamento di tutte.” 

(De re publica, I, 35)

In un altro passo poi aggiunge che il valore della costituzione Romana è maggiore delle altre, poiché non è il frutto di un solo legislatore, ma del tempo e dell’opera di tanti cittadini. 

“Egli (Catone Censore) soleva dunque dire che la nostra costituzione era superiore a quella d’ogni altra nazione perché, in quasi tutte quelle, le leggi e gli istituti erano dovuti all’opera d’un singolo legislatore: Minosse, nel caso di Creta, Licurgo, di Sparta e, poiché là la costituzione era stata spessissimo mutata, Teseo e Dracone e Solone e Clistene e molti altri per Atene sino a che lo Stato, esangue e già sfinito, non fu risollevato dal dotto Demetrio Falereo. La nostra costituzione, invece, è opera non di singoli ma del genio collettivo né s’è costituita durante una sola vita umana ma nel corso dei secoli e delle età.” 

(De re publica II, 1)

Nel libro quarto e quinto del De re publica, oltre a tratteggiare l’educazione dei cittadini, Cicerone descrive anche l’uomo politico ideale che dovrebbe essere un tutor et procurator rei publicae (“reggitore e governatore dello stato”). “Non si tratta del vagheggiamento di una riforma costituzionale in senso autoritario, ma di un modello ideale di uomo politico, che sappia sacrificare ogni interesse personale per il bene della comunità, assicurando (anzi, restaurando) la stabilità della repubblica senatoria, espressione della classe dirigente.”

Luca Vezzoli

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