Quale forma di governo? Da Erodoto a Orwell.

Quale forma di governo? Da Erodoto a Orwell.

Platone

La lettera VII è l’unica delle tredici lettere di Platone che la grande maggioranza degli studiosi attribuisce al filosofo ateniese. Il contenuto è principalmente autobiografico e molta attenzione viene dedicata alla formazione filosofica e politica dell’autore. Vi si narra dei tre tentativi falliti di riformare la città di Siracusa, della delusione che fu per Platone il regime dei Trenta Tiranni e della morte di Socrate. Fu infatti lo sdegno verso la polis corrotta e degenerata, colpevole d’aver condannato il maestro, che indusse Platone a smettere d’occuparsi dalla ‘cosa pubblica’ attivamente e a dedicarsi alla filosofia. Tuttavia l’analisi Politica che egli elabora occupa una parte corposa e fondamentale delle sue opere ed è strettamente correlata alle altre dottrine filosofiche. Inoltre le idee politiche di Platone hanno influenzato innumerevoli altri filosofi, politici, politologi e pensatori come Tommaso Moro, Vico, Marx, Hegel e Heidegger.

La politica per Platone è una disciplina tecnica, cioè un’arte che applica nella realtà i risultati dei saperi più nobili; perciò essa deve essere sempre guidata dalla filosofia. Così l’agire pratico del buon governante deve sempre “trovare i suoi principi nella metafisica, nella contemplazione dell’idea immutabile e unitaria rappresentata dal Bene”.  Sono tre i dialoghi fondamentali per capire la teoria politica di Platone: La Repubblica (Πολιτεία) scritto tra il 390 e il 360 a.C., Il Politico (Πολιτικός), composto in seguito al suo secondo viaggio in Sicilia nel 365 a.C. e Leggi (Νόμοι) che viene pubblicato postumo.

Il tema cardine della Repubblica è la giustizia, sebbene vengano trattati molti altri temi cruciali per la dottrina platonica.  Questo dialogo infatti “riguarda ciò che viene detto φιλοσοφία περὶ τὰ ἀνθρώπινα (“filosofia delle cose umane”), e coinvolge argomenti e discipline come l’ontologia, la gnoseologia, la filosofia politica, il collettivismo, il sessismo, l’economia, l’etica medica e l’etica in generale”.  La discussione ha luogo in casa di Cefalo, padre di Lisia, e Socrate, personaggio attraverso il quale Platone espone le proprie idee, a seguito di un primo dibattito, propone di ricercare la giustizia in un contesto più ampio rispetto a quello privato del singolo individuo, ossia quello statale. La funzione primaria dello stato è facilitare i cittadini nel soddisfare i propri bisogni; a questo scopo ad ognuno viene attribuito il compito che più si addice alla sua anima. “Come la giustizia per il singolo individuo si realizza nell’equilibrio delle tre parti dell’anima, la giustizia dello stato si realizzerà quando le tre classi assolveranno ciascuna al proprio compito”. La definizione di giustizia (sia privata che pubblica) viene così a combaciare con quella della forma migliore di governo e ad essa è indissolubilmente concatenata.  

A meno che i filosofi non regnino o coloro che sono detti re e signori non facciano genuina e valida filosofia e non si riuniscano nella stessa persona la potenza politica e la filosofia […] non ci può essere, caro Glaucone, una tregua di mali per gli stati e, credo, nemmeno per il genere umano.

 (Repubblica 743d, trad. Sartori)

La divisione in classi sociali della popolazione e dei ruoli, non è per Platone da ricercarsi in un fattore economico o ‘dinastico’, ma combacia con la natura stessa dell’anima di ogni uomo. Essa infatti è divisa in tre parti: quella concupiscibile (ἐπιθυμητική), quella irascibile (θυμοειδής) e quella razionale (λογιστική). Nello Stato Ideale, definito: Kallipolis, vige quindi una giustizia perfetta perché ognuno vive a seconda dalla parte più preponderante della propria anima, la quale possiede una caratteristica ben definita: alla classe bronzea dei lavoratori appartiene la temperanza, a quella argentea dei guardiani il coraggio e a quella aurea dei filosofi-governanti la saggezza. Tutte e tre sono caratteristiche necessarie nello lo stato ideale per il mantenimento dell’armonia delle parti. Il coraggio dei guardiani è utile per salvaguardare i propri membri “dalle cose temibili della natura”, la temperanza è definita come la capacità di contenere i piaceri e gli appetiti, mentre la sapienza rende i governanti capaci di reggere lo stato. Così, sotto il nuovo governo dei filosofi, dovranno anche essere attuate delle riforme; ad esempio per le due classi più alte verrà abolita la proprietà privata e verrà stabilita la comunanza dei beni, delle donne e dei figli. “Dunque non esisteranno i matrimoni e i figli saranno educati comunitariamente, in modo che tutti i bambini possano considerare tutti gli adulti padri e madri. In questo contesto viene descritto il lungo percorso di studi che prevede un graduale innalzamento verso la conoscenza culminante nella contemplazione delle Idee”.

Dopo aver trattato largamente la formazione dei bambini e della conoscenza (nel cui contesto si inserisce anche il mito della Caverna), nel Libro VI Platone traccia uno spaccato della multiforme politica greca riprendendo le tradizionali forme costituzionali del λογος τριπολιτικος. Questa trattazione ricompare nel dialogo Politico del 365 a.C. dove Platone ricerca la definizione del politico mostrando anche come egli si distingua dal sofista. Così, sia contenutisticamente che per quanto riguarda la trama del dialogo, il Politico costituisce insieme al Teeteto e al Sofista, l’unica trilogia riconoscibile nel corpus platonico. La discussione tra Socrate, Teodoro e lo Straniero di Elea infatti è la stessa che si dipana nel corso di tutti e tre i dialoghi. La ricerca della definizione di politico avviene in questo scritto di Platone tramite il metodo diairetico. Infatti lo Straniero di Elea, aiutato da Socrate, partendo dal paragone tra ‘l’uomo regale’ e un padre di famiglia che gestisce qualcosa a lui sottoposto, arriva a definire il Politico come “pastore di uomini”.

Per distinguere però la politica dalle arti affini, che hanno a loro volta come obbiettivo il benessere dell’uomo, lo Straniero propone un’analogia con l’arte del tessere: “come la tessitura (cioè l’arte di intrecciare la trama e l’ordito) è ben diversa dalle arti a essa connaturate (come ad esempio l’arte della cardatura, della filatura, della cucitura), così l’arte regia, ovvero la politica, deve essere distinta da tutte quelle arti che le sono affini. Da un lato vi sono arti che sono cause di qualcosa, cioè realizzano una cosa, come la tessitura realizza un tessuto, e dall’altro vi sono arti che sono concause, cioè producono strumenti con i quali si realizza la cosa, come la cardatura o la filatura (279b-283d). Seguendo questo schema, lo Straniero separa la politica, che è causa dello Stato, dalle altre arti a essa ausiliarie, come ad esempio l’arte della guerra (286c-291b). L’analogia con la tessitura, inoltre, pone bene in chiaro quello che per Platone deve essere lo scopo della politica: tessere caratteri e individui ricorrendo a modelli riconosciuti ben solidi, così da generare un’unità.” Lo Straniero passa poi ad analizzare le tre forme di governo. Platone riprende nuovamente lo schema Erodoteo del λογος τριπολιτικος; individua però sei tipi di costituzione: separa nettamente le forme rette o meno da leggi, che vengono poi ordinate dalla migliore alla peggiore. Platone si schiera a favore della monarchia, posizionandola in cima alla classifica, a patto che chi governa sia saggio e osservi le leggi. Seconda è l’aristocrazia. Terza la democrazia retta da leggi: la peggiore tra le prime tre perché “sottomessa ai capricci della moltitudine”. Tra i sistemi non retti da leggi al primo posto si trova la democrazia che, tra le forme degenerate, risulta così la più vivibile. Quinta è l’oligarchia che nella Repubblica viene chiamata anche timocrazia. Sesta e peggiore tra le forme degenerate è la tirannia poiché il tiranno mira unicamente al proprio tornaconto personale. Lo straniero aggiunge anche una settima forma di governo che però è da considerarsi separatamente dalle precedenti: è il governo dei filosofi tratteggiato nella Repubblica. In conclusione al dialogo si trovano delle considerazioni sulla politica stessa e sul ruolo delle leggi. Esse devono garantire il quieto vivere dei cittadini e l’ordine nella polis. Così il politico-filosofo deve battersi, anche con la forza se necessario, per mantenere leggi giuste e mantenerne il rispetto. Come nel Gorgia e nella Repubblica il politico viene paragonato ad un medico che deve ricorrere anche alle cure più dolorose pur di guarire un paziente, anche se questi è contrario.

Il ruolo delle leggi che erano superflue in uno stato ideale e immune da mutamenti, come ipotizzato nella Repubblica, acquista sicuramente maggiore importanza nell’ultimo dialogo di Platone. Nel dialogo Le Leggi, non si tratta solo della loro funzione ed origine, ma pure da dove provenga lo stato, dell’educazione nella città, della figura del legislatore e dell’organizzazione della città. Degna di nota è l’assenza della figura di Socrate, infatti i protagonisti sono un cretese di nome Clinia, lo spartano Megillo e un anonimo Ateniese. In quest’ultimo si può rintracciare Platone stesso. Il ruolo delle leggi in questo scritto è mantenere l’ordine pubblico ed evitare il conflitto tra le classi sociali che, per questo, dovranno avere una duplice funzione: costruttiva, cioè indicare quale sia la migliore condotta per il cittadino ed educativa, cioè formare i giovani che diventeranno cittadini. “Le leggi sono intese come prodotto dell’intelligenza; esse rendono manifesta la continuità con quanto affermato nei dialoghi della vecchiaia (in particolare nel Parmenide, nel Teeteto e nel Sofista)”; cambia però il contesto in cui il legislatore si trova ad operare e così anche la sua stessa figura. Se nella Repubblica il filosofo-politico era inserito in un mondo immobile ed ideale in cui stava al di sopra della legge perché essa era la sua stessa saggezza, in questo ultimo dialogo la situazione è più dinamica e reale e parte dalla definizione di una nuova città che non è però perfetta e paradigmatica come nella Repubblica, ma vuole essere più aderente alla realtà. La costruzione di questa nuova polis muove quindi dall’analisi delle forme di governo già esistenti. Viene nuovamente preso in considerazione il modello del λογος τριπολιτικος, ma vengono identificati solo quattro tipi di ordinamenti (tirannide, monarchia, democrazia e oligarchia) che sono considerati neutri. Infatti la possibilità di definire una costituzione ottima oppure degenerata non è intrinseca nella forma statale stessa, ma è legata al caso (καιρός). Come spesso accade nei suoi scritti, i sistemi attuali vengono paragonati da Platone alla mitica epoca di Crono dove gli umani erano felici perché il governo era affidato a dei demoni e quindi non era soggetto alle brame e ai desideri personali. Nella funzione del legislatore il fine etico e giuridico si fondono nuovamente, infatti in questo ordinamento egli dovrà attuare una politica di persuasione, stabilendo norme che rendano i cittadini più attenti alla virtù. Nella nuova città lo stesso numero dei nuclei famigliari è fissato meticolosamente a 5040 (poiché possiede 59 divisori), che è anche il numero dei lotti terreni in cui viene diviso il territorio. Viene allora ripresa, anche se edulcorata, la comunanza dei beni proposta nella Repubblica. I cittadini infatti avranno diritto alla proprietà privata, ma entro un certo limite: il valore minimo che lo stato garantisce è un lotto di terra e il massimo di beni che si possono possedere sono tre volte il valore di un lotto. Importante è poi la scelta dei magistrati che dovranno assicurarsi del rispetto delle leggi e dovranno avere cura della sicurezza dei cittadini e della loro educazione. In seguito si tratta delle pene che dovranno essere istituite per la salvaguardia del bene comune, tra le quali si annovera anche quella capitale, nonostante venga ribadito il carattere paideutico delle leggi. In conclusione al dialogo Platone si presta a ribadire lo scopo dell’intero corpo delle leggi, ovvero il conseguimento della virtù all’interno dello Stato, attraverso un’intelligenza superiore che, avendo una visione d’insieme della situazione, sia in grado di scegliere gli uomini e le leggi migliori. A questo scopo è necessario dotarsi di un organo di governo che possa svolgere questo ruolo, un’assemblea di uomini virtuosi che si riunisca di notte e prenda le decisioni, avendo sempre di mira il fine che ci si è prefissati e operando per custodire le leggi: è il cosiddetto Consiglio notturno.

Luca Vezzoli

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