Quale forma di governo? Da Erodo a Orwell.

Quale forma di governo? Da Erodo a Orwell.

articolo primo: Erodoto

Introduzione

Tra il VII e il VI secolo a.C. in Grecia avvennero degli essenziali mutamenti nell’organizzazione interna alla πόλις. Le tradizionali strutture statali regali e sacrali cedono la loro sovranità a nuove forme di governo. Atene è il più fulgido esempio di questo rinnovamento, infatti il sistema stabilito dalle riforme di Clistene, proseguite poi da Pericle, rimane ancora oggi il faro ideologico della democrazia occidentale.

I centri di potere si spostano, almeno idealmente, dai palazzi nobiliari alle piazze; il dibattito politico si intensifica di pari passo con l’aumentare del numero delle persone che ne prendono parte. Una domanda sorge spontanea: Quale costituzione può garantire la maggiore stabilità e contemporaneamente la maggiore giustizia? In quest’epoca anche la concezione di quest’ultimo valore si vede alterata. Themis, che è la giustizia divina oltre che giuridica, lascia spazio a Dike, una forma di ragione comune a tutti gli uomini e più oggettiva. Svariati sono i riscontri letterari di questo conflitto: per esempio nella contrapposizione tra Antigone e lo zio Creonte, oppure nell’istituzione dell’Areopago nel capitolo finale dell’Orestea. Si può notare una laicizzazione del concetto di giustizia, insieme al sorgere dell’idea della colpa individuale. 

Con lo sgretolarsi delle tradizionali forme d’amministrazione della città-stato, anche la sicurezza economica e sociale vacilla; uno dei principali scopi dello Stato infatti, è assicurare il quieto vivere e l’abbondanza di ricchezze per la popolazione. Questi due obbiettivi sono strettamente collegati alla stabilità del governo e a quanto esso sia efficace. Il dibattito su quale sia la migliore forma di governo si fece perciò sempre più importante e rimane poi tale per tutto il corso della storia. Le personalità più illustri ne presero parte e tutt’oggi non è ancora stato scritto il capitolo conclusivo. L’analisi che ogni autore scrive dell’argomento non testimonia solo un’idea personale, ma ci offre anche uno spaccato della società in cui vive; ci vengono così mostrati i difetti dai quali scaturisce la volontà di cambiare il sistema vigente.

Con questa serie di articoli voglio mostrare come da Erodoto ai giorni nostri, questo dibattito sia stato sempre presente e come i sistemi più stabili, nella realtà come nella finzione, nella Costituzione Romana così come in “1984”, non siano unilateralmente monarchici, aristocratici o democratici, ma comprendano al loro interno elementi di tutte e tre le forme di governo.

Erodoto

Nel terzo libro delle sue Storie (passi 80-83) Erodoto descrive un dialogo che avrebbe dovuto aver luogo tra Otane, Megabizo e Dario, tre dei sette congiurati che nel 522 a.C. uccisero Gaumata, membro della casta sacerdotale dei Magi che, con l’inganno, aveva usurpato il trono. I tre nobili si interrogano quindi su quale debba essere la forma costituzionale per la Persia da quel momento in poi. Questo brano risulta di fondamentale importanza, perché è il primo a noi pervenuto dove si discuta quest’annosa questione ed anticipa i caratteri della storiografia politica. Il dialogo ha una struttura dialettica e problematica: ogni personaggio espone una propria tesi e critica le altre posizioni. Otane elogia l’uguaglianza di diritti (ισονομίη) che definisce “il nome più bello che esista” e rifiuta nettamente la monarchia che considera un sistema “né piacevole né valido”, poiché ritiene particolarmente deplorevole che il sovrano possa fare quello che ritiene, senza dover render conto a nessuno. Si noti che, nonostante il sistema per cui propende Otane sia quello democratico, Erodoto non una mai questa parola, poiché “avrebbe evocato i fantasmi di un radicalismo decisamente osteggiato dagli ambienti conservatori”. È ipotizzabile che per il λογος τριπολιτικος l’autore abbia preso spunto dai Sofisti, all’epoca principali fautori del dibattito in questione, ma anche da vari filosofi: “evidente nella struttura del passo è l’influsso delle Antilogie di Protagora, che trattavano argomenti etico-politici attraverso la contrapposizione di metodi contrastanti”. L’intervento di Otane però rappresenta anche una novità per la politologia arcaica; infatti il “pensiero politico ellenico riteneva la democrazia un prodotto nazionale dei Greci, nonché un segno della loro presunta superiorità sui barbari”. In quest’occasione è invece un nobile Persiano, nella corte Persiana, a perorare “l’esigenza di tornare all’originario e paritario ordinamento Persiano”. La posizione di Otane fu accolta con incredulità dal pubblico greco che riteneva improbabili idee democratiche all’interno dell’assolutistico regno Persiano. Prende poi la parola Megabizo che condivide le tesi antimonarchiche di Otane, ma rifiuta anche quelle democratiche. A suo parere infatti “non c’è nulla di più stolto e di più prevaricatore (ὑβριστότερον) di una massa buona a nulla”. Propone quindi di affidare il governo ad un “numero ristretto di persone, fra le migliori”, non mancando di precisare la loro appartenenza a tale gruppo. L’intervento risulta quindi più debole retoricamente di quello di Otane perché si mostra interessato e presenta un tipico ragionamento aristocratico dove, indebitamente, il piano sociale ed etico si sovrappongono, identificando così i migliori tra i più facoltosi. Infine parla Dario. Al futuro Re dei Persiani viene dedicato l’ultimo intervento che, secondo un consueto schema retorico e narrativo, veniva riservato al vincitore dell’ἀγών in corso. Il sostenitore del modello monarchico è l’unico a confutare entrambe le posizioni esposte in precedenza e non solo propone un modello di sovrano illuminato, dalle “straordinarie capacità” che governi “in maniera irreprensibile”, ma nel suo discorso si notano anche elementi della μεταβολὴ πολιτειῶν, ossia teorizza che sia la democrazia che l’aristocrazia tendano a “ritornare” alla forma monarchica naturalmente (la ciclicità delle forme costituzionali è una teoria che espone anche Polibio nelle Storie VI,3).

Di seguito il testo in traduzione:

Quando il tumulto si placò e passarono cinque giorni, coloro che si erano ribellati ai Magi prendevano una decisione in assemblea su tutto, e vennero pronunciati discorsi incredibili per alcuni dei Greci, eppure vennero pronunciati: Otane consigliava di lasciare il potere al popolo persiano, dicendo così: “mi sembra giusto che mai più un singolo uomo diventi nostro re: infatti non è né piacevole, né bello. Avete visto, infatti, fino a che punto è giunta la sfrontatezza di Cambise, inoltre avete sperimentato anche l’arroganza del Mago. Come la monarchia potrebbe essere una forma ordinata, se in essa è possibile per un irresponsabile fare ciò che vuole? Ed infatti anche l’uomo in assoluto migliore, se si innalzasse a questa carica, cambierebbe dai pensieri consueti. Gli giunge infatti un’arroganza dai beni presenti, inoltre l’invidia è innata nell’uomo fin dal principio. E, poiché possiede queste due caratteristiche, possiede ogni malvagità. Compie infatti molte scelleratezze pieno di arroganza, altre pieno di invidia. Eppure, un tiranno dovrebbe essere privo di invidia, dal momento che possiede ogni bene. Ed invece nei riguardi dei cittadini si comporta all’esatto opposto di così: infatti invidia i migliori cittadini che rimangono e sono ancora in vita, si compiace invece di quelli peggiori, ed inoltre è bravissimo ad ascoltare le calunnie. ritengo poi che sia in assoluto il più intrattabile: se, infatti, lo si ammira con moderazione, si sdegna perché non viene adorato molto; se poi uno lo ammira molto, si sdegna come se fosse un adulatore. Ora sto per dire i fatti più gravi: sovverte le leggi della patria, violenta le donne e manda a morte senza alcun processo. Invece il popolo al potere ha il nome più bello di tutti: isonomia. In secondo luogo, poi, non compie alcuna delle azioni del monarca: infatti il popolo riceve le cariche per sorteggio, possiede cariche esercitando le quali può essere giudicato per il proprio operato e prende tutte le decisioni in comune. Propongo che noi, abbandonando la monarchia, scegliamo la democrazia: nel molto, infatti, si trova il tutto”. Otane, dunque, esprimeva questo parere.

Megabizo, invece, consigliava di volgersi all’oligarchia, dicendo così: “Ciò che Otane ha detto, cioè di porre fine alla tirannide, sia considerato come se l’avessi detto anch’io. Invece ciò che ci esortava a fare, assegnare il potere alla massa, si allontanava dal parere più corretto: nulla è più stupido e presuntuoso di una massa vile. Inoltre è totalmente intollerabile che gli uomini che tentano di sfuggire all’arroganza di un tiranno incadano in quella di un popolo senza alcun freno. Infatti egli, se fa qualcosa, la fa con piena cognizione, invece il popolo non ha questa facoltà di coscienza. Come, infatti, potrebbe aver conoscenza chi non fu mai istruito, né mai conobbe il bello, né un possesso personale, chi sconvolge le cose in cui si imbatte, simile ad un fiume in piena? Ora si valgano della democrazia quanti tramano contro i Persiani. Noi invece, scegliendo un gruppo di uomini veramente dotati di ogni qualità, affidiamo loro il potere. Inoltre fra loro ci saremo anche noi qui presenti, ed è naturale che le migliori decisioni spettino agli uomini migliori”. Megabizo esponeva dunque questo parere.

Infine Dario per terzo rivelò la propria opinione, dicendo: “mi sembra che ciò che Megabizo ha detto a proposito della moltitudine l’abbia affermato con correttezza; non correttamente, invece, ha parlato dell’oligarchia. Benché infatti esistano tre forme e tutte a parole siano ottime, la democrazia nella sua forma migliore, l’oligarchia e la monarchia, io affermo che quest’ultima è di molto superiore. Nulla potrebbe sembrare meglio, infatti, di un solo uomo, quando sia il migliore: facendo infatti uso di una tale intelligenza, potrebbe sovrintendere alla massa in modo irreprensibile, così si potrebbero tenere nascoste soprattutto le decisioni contro i nemici. Nell’oligarchia, invece, ai molti che impiegano la propria virtù per il bene comune sono solite accadere forti inimicizie personali: infatti, dato che ognuno desidera essere il primo e far prevalere la propria opinione, giungono a gravi inimicizie fra di loro, dalle quali nascono rivolte, e dalle rivolte stragi, e dalle stragi si passa alla monarchia. Ed in questo si è dimostrato di quanto quest’ultima sia la forma migliore. Quando invece è al potere la democrazia, è impossibile che non sorga la malvagità. Quando dunque nasce la malvagità nella politica, non sorgono inimicizie, ma forti amicizie, fra i malvagi: infatti, coloro che agiscono disonestamente in politica agiscono come complici di nascosto. E tale fatto si verifica fino a quando qualcuno, postosi a guida del popolo, non li faccia smettere. Di conseguenza costui viene ammirato dal popolo e, dunque, poiché è ammirato, viene dichiarato re; ed in ciò anch’egli rivela che la monarchia è l’ordinamento più solido. E per dire tutto in una parola, da dove ci è derivata la libertà, e chi ce la diede? forse dal popolo, dall’oligarchia o da un monarca? Dunque ritengo che noi, che fummo liberati grazie ad un solo uomo, dobbiamo difendere questa forma di governo, ed inoltre non abolire le leggi patrie, che sono solide: non è una scelta migliore”.

Dunque erano esposti questi tre pareri: allora i quattro rimanenti dei sette uomini approvarono quest’ultimo. Poiché dunque era stata sconfitta la sua opinione, Otane, che mirava a stabilire l’isonomia per i persiani, in mezzo a loro disse così: “compagni di ribellione, è chiaro che bisogna che uno di noi diventi re, o per estrazione a sorte, oppure, affidandoci al popolo dei Persiani, chi esso designi, o con qualche altro mezzo. Io, dunque, non gareggerò con voi: non intendo né comandare, né essere comandato. A questa condizione rinuncio al comando, che non sarò comandato da nessuno di voi, né io qui presente né alcuno dei miei discendenti. Dopo che egli disse così, dato che i 6 acconsentirono alle richieste, egli non si pose in gara con loro, ma rimase neutrale. Ancora adesso quel casato continua ad essere l’unico libero fra i Persiani, e riceve ordini per quel tanto che vuole, benché non trasgredisca le loro leggi. 

(Storie III, Erodoto)

Questo, ovviamente, non è l’unico passo delle Storie dove si trattano temi politici, ma sicuramente è il più articolato e anche il più problematico. In primis si nota che la questione non trova una conclusione; non c’è infatti alcuna risposta alle critiche che ogni personaggio muove verso le altre forme di governo. “È insomma una discussione insolubile, che al più può essere interrotta per mezzo di un voto: infatti i quattro che non parlano, ‘votano’ per la proposta di Dario e così si conferma il mantenimento della monarchia”. 

La critica ha successivamente evidenziato due problematiche che trovano varie risposte:

  1. Il dibattito è avvenuto realmente?
  2. Qual è la posizione politica di Erodoto?

Alcuni rivendicano una parziale storicità del dibattito, favorito dalla situazione anomala in cui si trovava lo stato Persiano tra il 522 e il 521 a.C. e adducono come argomentazione le parole di Erodoto stesso che dice: “In quella circostanza furono pronunciati discorsi che suonano forse incredibili alle orecchie di qualche Greco, ma che furono davvero pronunciati” (80.1). La maggioranza, però, ritiene che, nonostante la crisi del 522/521 a.C. abbia potuto scaturire in Persia un dibattito politico interno, il λογος τριπολιτικος tratta una questione tipicamente Greca, per Erodoto di estrema attualità durante il suo soggiorno ad Atene nel 444 a.C. Infine il successo di Dario nel discorso è la conseguenza di un dato storico inevitabile (Dario diventò il Re dei Re) e non si deve attribuire a una qualsivoglia simpatia dell’autore verso il sistema monarchico. In effetti Erodoto si mantiene abbastanza imparziale e il fatto che il discorso di Otane sia “il più lucido e il meglio costruito” non è sufficiente a dimostrare una propensione verso la democrazia da parte dello storico di Alicarnasso. 

Luca Vezzoli

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