La Cina e il rivoltoso sconosciuto

La Cina e il rivoltoso sconosciuto

Dopo la morte di Mao Zedong nel settembre del 1976, nella Repubblica Popolare Cinese si aprì una fase di lotte per il potere. Da una parte vi era la fazione dell’ala pragmatica, con a capo Deng Xiaoping, già segretario del partito comunista dopo il disastroso ”balzo in avanti” di Mao. Dall’altra vi era la sinistra del partito, fautrice a suo tempo della rivoluzione culturale di Mao nel 1966 (quella incoraggiata da Mao col libretto rosso per riprendere il potere perso precedentemente, e che portò i giovani cinesi a manifestare contro il revisionismo marxista degli altri paesi comunisti, soprattutto l’Urss).

La linea che prevalse fu quella pragmatica, e di conseguenza Deng Xiaoping prese nelle sue mani tutto il potere.

Le sue riforme si basarono su quattro punti principali, chiamati ”le quattro modernizzazioni”, che andavano a migliorare quattro settori: agricoltura, industria, scienze e difesa nazionale.

Inoltre, la Cina comunista già da tempo era riconosciuta de iure dagli Stati Uniti, grazie anche all’incontro tra Nixon e Mao a Pechino nel ’72, dove entrò a far parte dell’Onu come membro permanente al posto della Cina di Taiwan.

Di conseguenza, il momento storico diede a Deng la possibilità di aprire il paese agli investimenti stranieri, creando appunto delle apposite ”zone economiche speciali”.

Con un’apertura così radicale verso il mondo capitalista, la Cina chiese anche di entrare a far parte del Fondo monetario internazionale, rendendo così il paese nella sostanza capitalistico.

Ed è così che con le riforme di Deng ci troviamo davanti ad un paese che vive in una sorta di contraddizione di fondo: da una parte si trova ad avere una fedeltà politica verso il marxismo-leninismo sulla base dell’interpretazione di Mao, ma nel concreto segue uno sviluppo economico che si basa sul libero mercato.

E la contraddizione tra la libertà economica e l’oppressione politica del maoismo ebbe come risultato quello che poi sarebbe accaduto in piazza Tienanmen nella primavera del 1989.

Infatti, mentre nella vicina Unione Sovietica Gorbacev portava avanti, attraverso la ”glasnost” e la ”perstrojka”, un’idea di comunismo democratico, in Cina i diritti democratici non erano nei pensieri della dirigenza comunista.

E quando nell’89 i giovani cinesi chiesero una ”quinta modernizzazione”, da aggiungere a quelle già poste in essere da Deng, che prevedeva un sistema democratico e di pluripartitismo in Cina, la risposta fu la repressione.

In Piazza Tienanmen nella primavera del 1989 furono uccise un migliaio di persone che manifestavano per la democrazia.

Ma ciò che fece il giro del mondo fu la foto di un giovane che tentò di bloccare l’avanzata dei carri armati, scattata proprio vicino a Piazza Tienanmen.

La foto finì sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, e ancora oggi è molto popolare. Eppure ci si chiese ad un certo punto che fine avesse fatto il ”rivoltoso sconosciuto”.

Secondo alcuni è stato giustiziato di lì a poco. Anche se un anno più tardi, alla domanda di una giornalista americana sul destino del ragazzo, il segretario del partito, Jiang Zemin, rispose dicendo che non era stato giustiziato.

E allora l’ipotesi che l’agenzia stampa Asianews propose nel 2009 fu che il giovane venne incarcerato per diciotto anni, e alla fine della pena venne rinchiuso in un manicomio.

Ma anche questa notizia non è verificata, lasciando un velo di mistero sulla sorte del ragazzo.

D’altra parte il mistero rimane anche sul futuro della Cina, e l’augurio è che prima o poi quelle proteste vengano ascoltate affinché il mondo diventi un posto migliore.

Vladislav Karaneuski

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