Il futuro passa ancora da città studi

Il futuro passa ancora da città studi

Tanti ne hanno sentito parlare, molti hanno detto la loro, in diversi hanno costruito un percorso di opposizione e di rilancio del polo universitario e del quartiere.

Di questi diversi la maggior parte ci è stata fin dall’inizio a raccontare una visione diversa dell’Università e di Città Studi, criticando e protestando per il trasferimento dei corsi di studio scientifici ad EXPO. Qualcuno è arrivato dopo, con fatica, ma comprendendo che era in gioco il futuro della Statale, dei suoi studenti e dei suoi corsi di studio. Di quelli che ci stavano fin dall’inizio qualcuno non ne ha più voluto sapere, altri che avrebbero dovuto esserci hanno preferito guardare. I pochi che rimangono sono ancora una speranza, perché il futuro possa ancora passare da Città Studi.

Correva l’estate del 2016 quando Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione approvavano la delibera per trasferire i propri dipartimenti scientifici nell’area Post-EXPO. Da lì in poi UNIMI e Città Studi avrebbero riempito le pagine dei quotidiani. Con rammarico però si può constatare a posteriori la totale inutilità della sola cronaca per un progetto che data la portata avrebbe dovuto essere motivo di studio ed inchiesta da parte dell’informazione nostrana.

Occorre fare un passo indietro però, perché la scelta di UNIMI non fu casuale, ma soprattutto non fu estranea ad un progetto politico preciso. Il 10 novembre del 2015, a pochi giorni dalla chiusura dell’EXPO, sale sul Palco del Piccolo Teatro Grassi l’ormai scomparso Matteo Renzi e presenta un ambizioso piano per il futuro dell’area che consentirà la costruzione di un centro di ricerca pubblico-privato. Un tentativo nostrano di Silycon Valley molto apprezzata dall’ex Presidente del Consiglio. Milano, con il nuovo Sindaco, è così cara al Governo che vengono promessi per il progetto 150 milioni annui per 10 anni. Il progetto è il comunemente noto Human Technopole, basato su una partnership con l’Università degli Studi di Milano che, annusata l’opportunità (più politica che per il bene della conoscenza), diventerà il vessillo per l’attrazione di imprese private. Il tutto con buona pace dei pericoli sollevati da più parti del rapporto tra la ricerca scientifica pubblica e la scarsa trasparenza delle iniziative relative alla raccolta dati del privato. Tutto questo accadeva dopo i vani tentativi di aste pubbliche per una nuova destinazione del deserto di cemento creato dall’Esposizione universale.

Ad un mese dall’ingresso nel 2016 riprendono le proteste pubbliche alla manifestazione di interesse al progetto avvenuta con voto da parte degli organi di UNIMI di luglio. In particolare è un collettivo di studentesse e studenti di Città Studi che torna a dare un forte segnale di contrarietà ad un progetto creato a tavolino da pochi interessati.

Il 2 febbraio viene organizzato dall’ex Rettore Vago un incontro per presentare il progetto del nuovo Campus a Mind, senza alcuna pubblicità dell’evento. Quel momento segna inevitabilmente il percorso di trasferimento ad EXPO e soprattutto l’inizio di un coinvolgimento ampio di opposizione al trasferimento dei corsi scientifici che coinvolgerà studenti, cittadini, professori e personale della Statale.

“Città Studi è di chi la vive” riassume anni di battaglie e rivendicazioni che nel tempo hanno trasformato il dibattito e riportato parte dell’opinione pubblica a comprendere il significativo ruolo dell’Università all’interno di un tessuto socio-economico urbano. Non potrei non riportare chi in questo ha avuto un ruolo fondamentale in tutto il percorso: il collettivo di città studi Ilight che ieri come oggi continua a seguire la strada che ha segnato ogni passaggio del progetto di trasferimento, ma che soprattutto ha avuto la capacità di coinvolgere migliaia di studentesse e studenti, rivendicando i valori di una società della conoscenza in cui innanzitutto studenti e cittadini devono essere protagonisti del proprio cambiamento sostanziale.

Sono molti gli eventi che da febbraio si susseguono, in particolare diventa centrale anche la corresponsabilità del Comune di Milano, apparentemente un convitato di pietra all’iniziativa di trasferimento ma che si rivela nel tempo sempre più responsabile di alcune scelte distanti dalle esigenze del quartiere e della Città.

Il dibattito che si crea in quelle settimane nasce da un tentativo di risposta dalla narrazione dell’amministrazione di UNIMI, per giustificare il progetto, che vuole l’insostenibilità degli edifici di Città Studi da un punto di vista economico, quindi necessario e meno costoso un trasferimento totale dei corsi in nuove strutture all’avanguardia, anche per rispondere alle nuove esigenze della ricerca scientifica. Posizione che ha trovato fin da subito una forte contrarietà, in particolare nei documenti che circolavano sui costi del mantenimento di Città Studi e le spese che un’Università pubblica avrebbe dovuto affrontare per un progetto del genere. Fin da subito si comprende come lo spazio dedicato al futuro trasferimento risulta essere sensibilmente ridotto rispetto a quello attualmente presente, con rischi di razionalizzazione di posti e accessibilità limitata alle strutture didattiche e di ricerca. Il polo della Statale è anche un punto di riferimento per la circolazione di studenti (gli iscritti dei corsi di studio ospitati a Città Studi sono circa 20.000) che vivono il quartiere ed usufruiscono dei servizi presenti. Da qui gruppi di cittadini diventano parte attiva del percorso e con la previsione di vedere un quartiere svuotato, con una ricaduta anche sulle attività economiche presenti, diventano portavoci della contrarietà dei tanti abitanti della Città degli Studi.

Tutto il 2017 viene percorso da aule riempite da centinaia di studenti, che organizzazione assemblee per discutere ed approfondire un progetto oscuro, non solo nei dettagli ma anche nei suoi passaggi più importanti. L’amministrazione dell’Ateneo non è riuscita nel tempo a chiarire nessuno dei dubbi e delle critiche mossi da cittadini e studenti, confermando anche negli anni a venire la totale incapacità di avere un progetto serio per i corsi di studio scientifici di uno degli atenei più grandi del paese e convalidando le diverse tesi che legano il trasferimento ad opportunità slegate dalle possibilità accademiche e dell’istruzione pubblica.

Il 2018 è l’anno di una svolta. Il confronto tra cittadini e studenti da una parte, amministrazione milanese e dell’Università dall’altra diventa sempre più complicato anche a causa della scarsità di trasparenza delle decisioni prese all’interno degli organi accademici, adottate spesso sulla base di documentazioni che non potevano essere analizzate, quando messe a disposizione, nemmeno dai consiglieri e senatori, se non nel momento stesso della seduta, senza mai coinvolgere la rappresentanza studentesca.

Negli ultimi mesi del 2017 alcuni dipartimenti scientifici di Città Studi approvano delibere contenenti una posizione di contrarietà al trasferimento. In particolare il dipartimento di matematica, seguito da quello di informatica che non avendo a disposizione materiale per lo studio del progetto, sottolineano la mancanza di motivazioni solide per per prendere in considerazione il percorso. Ancor più rilevante è la volontà degli stessi dipartimenti di rimanere all’interno di un tessuto urbano, motivo di crescita perseguito anche da altri grandi atenei.

Il 6 marzo 2018 avviene l’episodio più emblematico del percorso di trasferimento. Si apprende da più fonti che sarà il giorno in cui Senato e CDA approveranno definitivamente l’avvio del percorso di trasferimento ad EXPO. A causa di manifestazioni di contestazione già annunciate, l’ex Rettore sposta la sede del voto in Via S. Antonio, facendo blindare la via da diverse camionette della polizia antisommossa che senza alcuna vergogna caricarono più volte le centinaia di studentesse e studenti che da mesi chiedevano garanzie e coinvolgimento per un progetto calato sul futuro della nostra Università.

Fino a quel momento UniSì, a causa delle diverse posizioni al proprio interno, non aveva mai preso una posizione chiara sul trasferimento, limitando perciò la propria azione di rappresentanza negli organi. Malgrado la posizione critica della nostra assemblea, in particolare quella dei rappresentanti eletti dei corsi scientifici, con fatica si era riusciti a costruire una sintesi che per la maggioranza avrebbe dovuto essere di forte contrarietà. Pochi giorni prima del 6 marzo la stessa assemblea votò affinché i rappresentanti negli organi riportassero una posizione di contrarietà al progetto. Malgrado questa posizione dell’assemblea, in CDA si votò a favore di quel trasferimento, con la lista che necessariamente prese le distanze da quel voto dichiarando pubblicamente la propria contrarietà.

Quel voto comportò l’inizio della fase che costituisce i passaggi decisionali ed economici fondamentali per il trasferimento.

2 anni di rappresentanza: il ruolo di UniSì in CDA per il trasferimento ad EXPO

Con il voto di maggio 2018 si apre una fase nuova sul percorso di trasferimento. Il programma elettorale di UniSì esprime la contrarietà al progetto ed il rilancio di Città Studi, con due anni di ritardo rispetto alla presa di posizione dei rappresentanti e dei collettivi di Città Studi. Si apre la fase più delicata dal mese di giugno. Il dibattito, dopo i fatti del 6 marzo, assume toni sempre più accesi, anche a causa dello scontro elettorale per il rinnovo del Rettore, evidentemente condizionato dal percorso dell’uscente e dalla posizione profondamente diversa di uno dei candidati..

La vittoria di Franzini, anche nei confronti del candidato di continuità dell’amministrazione uscente, è innegabilmente condizionata dalla posizione su trasferimento, garanzia di un trasferimento parziale e fortemente critico nei confronti delle decisioni assunte dagli organi accademici.

I mesi che intercorrono dall’elezione di Franzini al suo effettivo inizio come Rettore (ottobre 2018) segnano una parte importante nelle decisioni sul percorso di trasferimento in area EXPO.

La possibilità di essere in CDA come rappresentante degli studenti, in particolare in quei mesi, ha significato avere l’opportunità di comprendere come si stesse prendendo una decisione affrettata ed una scelta che comporterà problemi economici consistenti per la Statale negli anni a venire. L’analisi della documentazione messa a disposizione, mentre una parte importante era indisponibile anche agli occhi del Consigli di amministrazione, ha permesso di capire che il progetto non teneva in considerazione i bisogni e le necessità dei futuri studenti che dovranno vivere il nuovo Campus. Gli spazi mensa previsti risultavano dai documenti insufficienti per una popolazione studentesca di circa 20.000 studenti, non erano previste residenze, se non strutture private solo accennate e non c’era alcuna garanzia sul sistema di trasporti per il raggiungimento dell’area. La superficie disponibile si mostrava in tutta la sua inadeguatezza, a causa di un ridimensionamento rispetto a quella presente oggi a Città Studi, con conseguenze negative per la comunità studentesca e l’attività didattica.

Tra luglio e settembre il CDA viene chiamato ad esprimere un voto favorevole allo schema di finanza di progetto, proposta di una società incaricata che già si era aggiudicata il “rilancio” dell’area EXPO. La proposta di progetto messa a disposizione il giorno stesso del voto non dava alcuna garanzia sulle richieste che da più parti, anche nello stesso CDA, venivano poste come fondamentali per una approvazione che meritava maggiore discussione, coinvolgimento ed approfondimento per la propria portata economica futura. Nel voto del CDA di settembre, dopo aver espresso la mia personale contrarietà a causa dell’incapacità di fornire garanzie sui servizi dedicati agli studenti e l’impegno economico che si andava ad assumere per i prossimi trent’anni, consapevole di rappresentare anche le istanze di migliaia di studentesse e studenti della Statale abbandonai la seduta durante il voto, mentre centinaia di studenti protestavano fuori dalla sede della riunione.

Quel voto significava avvallare un progetto che non aveva mai avuto la possibilità di essere discusso nei suoi effetti sul futuro di dipartimenti scientifici. Le richieste dei dipartimenti non erano mai state prese in considerazione come strumento per il miglioramento di quelle caratteristiche che potevano essere apprese solo tramite indiscrezioni a causa della chiusura del dialogo da parte dell’amministrazione di UNIMi. Si stava scrivendo il futuro della Statale senza comprendere che era necessario una discussione ampia ed approfondita per non vincolare ad una inutile precarietà, anche progettuale, decine di migliaia di persone legate a Città Studi.

Da lì a pochi giorni si aprì l’opportunità, anche attraverso un dialogo costante con la rappresentanza di Città Studi e le assemblee cittadine contrarie al trasferimento in area EXPO, di promuovere un ricorso sulle modalità di approvazione del piano economico finanziario proposto da Lendlease. In particolare si riportava il fatto che la documentazione allegata alle delibere, veniva messa a disposizione il giorno stesso del voto, parzialmente, senza dare la possibilità ai membri del consiglio di amministrazione di valutare, approfondire e votare consapevolmente le delibere, come anche disposto dallo Statuto di Ateneo e dal regolamento di funzionamento del CDA.

Da poco Franzini aveva iniziato il suo percorso come Rettore. Nelle settimane precedenti, consapevole della sua posizione sul trasferimento, strumentale agli obiettivi che ci eravamo proposti sulla questione, ci fu l’occasione di chiedere nuove garanzie sul nuovo percorso che si apriva. Il CDA appreso del Ricorso e dei motivi con il quale era stato promosso, non fece altro che rivotare le delibere precedentemente adottate affermando che il tempo trascorso bastava per aver letto e prendere una scelta consapevole e che nulla poteva essere cambiato nelle decisioni assunte con le delibere. All’interno di una lunga ed accesa discussione, attraversata da appunti che negli ultimi mesi si sono considerati nella loro drammaticità, non da solo votati contrariamente alle delibere riguardanti la finanza di progetto come metodo di finanziamento dell’opera e la proposta di campus.

Il ricorso amministrativo promosso e finanziato innanzitutto da UniSì, fu l’occasione per aprire una fase di discussione tra alcuni professori e studenti dei dipartimenti scientifici. Il nuovo Rettore, con l’inizio del nuovo anno, all’interno di una dichiarazione ribadiva, malgrado il voto di novembre, che Città Studi non avrebbe dovuto essere trasferita in blocco, come avrebbe voluto la precedente amministrazione, ma che se determinati dipartimenti volevano continuare a essere parte del polo a città studi avevano il compito di costruire un progetto scientifico adatto. Il tentativo, promosso anche dalla nostra lista, ci fu, grazie anche al supporto di alcuni professori del dipartimento di matematica ed informatica, da sempre convinti dell’inutilità del progetto di trasferimento.

I mesi successivi, quelli che più si avvicinano all’anno 2020, hanno visto l’Agenzia Nazionale Anticorruzione (ANAC) assumere un ruolo decisivo per la predisposizione del bandi di gara di UNIMI per l’aggiudicazione dei lavori, dove Lendlease con la finanza di progetto possiede un diritto di prelazione. L’ANAC, la cui richiesta di intervento è stata promossa dal nuovo Rettore, ha portato alla contestazione delle delibere assunte nell’anno 2018, attraverso una periodica corrispondenza con l’amministrazione di UNIMI, evidenziando come diverse rivendicazioni e critiche mosse dentro e fuori l’organo strategico della Statale si rivelassero piuttosto fondate, in particolare permettendo di rivedere il piano economico finanziario nei suoi punti fondamentali.

Nel mese di luglio 2019 viene approvato definitivamente il bando di gara per l’affidamento dei lavori del campus in area expo.

Dopo i voti del novembre 2018, il dibattito sul tema ha visto ridursi non solo a livello comunicativo e critico, ma anche nel numero di quei soggetti che fino ad allora avevano mostrato la volontà di partecipare in opposizione alle scelte della precedente amministrazione. Le prospettive che sono potute essere scritte negli ultimi due anni sono frutto di un lavoro iniziato dal movimento contro il trasferimento ad EXPO, al quale abbiamo voluto contribuire a dare voce all’interno degli organi.

La situazione che oggi abbiamo di fronte ci porta a pensare che volontà dell’amministrazione, presa grazie anche alle pressioni ed all’aver capito l’inadeguatezza di un progetto descritto come avveneristico nei primi mesi della discussione, è quella di mantenere Città Studi come parte dell’Università degli Studi di Milano. Il lavoro che necessariamente la rappresentanza è quotidianamente chiamata ad affrontare è quello di chiedere che da Città Studi continui a passare il futuro di migliaia di studentesse e studenti, all’interno di un quartiere dove il servizio alla comunità studentesca che lo vive è parte fondamentale del tessuto economico e sociale che ha rafforzato nel tempo la propria contaminazione.

Pensare all’Università del futuro, in cui oggi inevitabilmente una parte sarà in area EXPO, non vuol dire abbandonare rivendicazioni che hanno trovato spazio negli ultimi due anni di mandato e del nostro operato in CDA, vuol dire rilanciare necessariamente sul futuro di un Polo universitario che dovrà diventare ancora di più riferimento della Statale del futuro. L’apertura della nuova sede di informatica e quella recentissima della nuova biblioteca bastano per dirci che il percorso di contrarietà al trasferimento ha portato a risultati importanti, ma è stato solo il giro di boa.

Unimi si troverà ad affrontare spese nei prossimi trent’anni che, tenuto conto anche della gestione del futuro campus, senza sbagliare sfioreranno il milardo di euro, dove il contributo pubblico sarà solo di 135 milioni di euro. Unimi si troverà ad avere vincolati 20 milioni annui da corrispondere a lendlease, con un impatto sulle economie di un’istituzione pubblica che legano ancora una volta le sorti di un luogo di conoscenza e formazione alle oscillazioni economiche.

I dipartimenti non possono ritenere garanzie le parole del Rettore, ma devono essere protagonisti di un progetto scientifico al passo coi tempi e con l’espansione in Città Studi. Allo stesso tempo urge la necessità di una chiarezza e di una discussione del rapporto che ci sarà tra Università pubblica, finanziamenti pubblici e ricerca privata in area Mind, con tutte le sue conseguenze.

La comunità studentesca , in particolare nella sua componente rappresentativa, sparita per larga parte quando le testate giornalistiche non riprendevano più i loro proclami e disinteressati dalle fasi cruciali dopo il voto di settembre 2018, deve rendersi conto che senza mettere in campo elaborazioni e proposte comuni non solo non ci sarà spazio per la rappresentanza nel futuro campus, ma non verranno presi in considerazione nemmeno le necessità, i bisogni e l’allargamento del diritto allo studio che solo in parte oggi abbiamo ottenuto come garanzia in CDA.

Il futuro di UNIMI passa da Città Studi: non solo perché coinvolgerà la nuova organizzazione logistica della Statale, in particolare delle sedi periferiche, ma perché da questa battaglia si scrive il futuro di migliaia di studenti che dovranno percorrere vecchi e nuovi corridoi del nostro Ateneo, con tutte le garanzie, i servizi ed i mezzi che quotidianamente vogliamo per noi. Lo avevano compreso molto bene, ormai 4 anni fa le studentesse e gli studenti del Collettivo Ilight e le rappresentanze dei corsi di studio scientifici, lo ha fatto UniSì un po’ in ritardo. Forse ora abbiamo il compito di fare in modo che lo comprendano tutti, anche quelli che inspiegabilmente, rappresentanti e non, si sono persi a metà.

Manuel Tropenscovino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *