Il senso del dialogo

Il senso del dialogo

Il dialogo è un qualcosa di importante per la vita perché dialogare con qualcuno vuol dire riflettere sulla vita stessa. Vuol dire non aver paura di accettare che non si ha la verità in tasca, che si vive in una sorta di perenne incertezza delle cose e del senso delle cose.

Così dialogare vuol dire mettere in discussione se stessi e la propria vita, riconoscendone i possibili limiti e riconoscendo, di base, l’infondatezza di ogni singola certezza che si ha.

E perché lo si fa?

Lo si fa per poter almeno aspirare ad una verità. Perché parte della propria opinione sulle cose può congiungersi con altre parti di opinioni di altri interlocutori della discussione e così si arriva a creare un qualche cosa che almeno può vagamente assomigliare alla verità.

E allora il dialogo in questa analisi diventa l’unico mezzo per raggiungere la verità, o una pseudo tale, dal momento che la nostra singola opinione pare essere soltanto una parte di questa.

Forse per spiegare la debolezza dell’opinione si potrebbe anche tornare all’origine stessa del senso della vita, ad esempio. Perché il senso che io do alla mia vita è di fatto la mia interpretazione, e dunque è la mia opinione sulla vita. Ma forse in questo caso la mia opinione, o interpretazione che dir si voglia, è così tanto relativa alla mia soggettività che non posso considerarla assolutamente una verità.

Allo stesso modo, in qualsiasi altro quesito, in qualsiasi campo o argomento, la risposta che noi diamo rimane sempre immersa nella sua incertezza e nel suo relativismo.

Allora, proprio a questo proposito ci viene in aiuto il mezzo del dialogo.

Ma anche col dialogo forse alle verità non si arriverà mai. Forse si arriverà sempre a delle opinioni migliori. E non è questo il bello del dialogo?

Perché il dialogo è come un’essenza infinita che non si arresta mai e che continua a mettere in dubbio le cose su cui si riflette, non arrivando mai a delle conclusioni perfette, ma rimanendo sempre nel perfettibile.

Ma d’altronde nella storia chi ha cercato di fermare il dialogo è chi ha deciso di instaurare dittature. Infatti è consuetudine dei dittatori, del fascismo, imporre verità, che poi alla fine si rivelano semplicemente opinioni.

E quindi la storia ci insegna per quanto la verità assoluta nelle cose non esiste e chi crede il contrario, chi crede di poter scambiare un’opinione per verità, è di per sé un fascista.

D’altronde il fascismo ha bisogno di aggrapparsi a delle finte certezze, perché è l’unico modo per dare una parvenza di giusto a ciò che è ingiusto, perché innaturale. Infatti dal momento che avere delle certezze non fa parte della natura umana, le certezze dei totalitarismi, certezze a cui si danno connotati assiomatici, alla fine sono artificiali e menzognere.

E dunque, la conseguenza della debolezza concettuale di queste certezze è la repressione di qualunque moto di dissidio, e prima di tutto, della forma più naturale di dissidio verso la verità o pseudo tale, ossia il dialogo.

Di contro allora il dialogo, nella sua coerenza con la natura imperfetta dell’uomo e la sua impossibilità a dare un senso perfetto alle cose, diventa una sorta di antidoto alle finte verità.

Così da divenire l’unica scelta per poter sperare di trovare le soluzioni migliori alle domande, rimanendo comunque sempre oggettivi e coerenti.

E in questo senso, il dialogo applicato alla politica si profila nell’essere l’essenza stessa della democrazia. Perché una politica senza dialogo di certo non è democrazia, ma come spiegavo prima, è totalitarismo.

Ma il dialogo non è così immediato, non è così semplice. Il dialogo ha delle regole. E la prima di queste è proprio quella di riconoscere la propria natura imperfetta, che in questo caso si sostanzia nell’imperfezione della propria opinione. Insomma, non ci sono superuomini nel dialogo e nella sua espressione politica, ossia la democrazia, ma solo esseri ugualmente imperfetti che hanno l’umiltà di mettere a nudo la propria imperfezione per cercare di migliorarsi.

Ma non si migliora solo se stessi, si migliora anche ciò che ci circonda. Perché forse migliorare se stessi, dal momento che si è parte di un qualcosa che va al di là della propria individualità come una società, vuol dire migliorare anche la società stessa.

E migliorare la società è l’unico motivo per cui ha senso fare politica. E forse, lasciatemelo dire, è anche l’unico senso della vita stessa.

Allora dialoghiamo, senza alcuna paura e senza alcun timore, perché è l’unico modo che abbiamo per dare un senso a quest’esistenza meravigliosamente imperfetta.

Vladislav Karaneuski