Anna Karenina, un commento

Anna Karenina, un commento

Ci sono solo tre libri che mi hanno commosso, lasciandomi in uno stato di meraviglia: il primo è stato “Il piccolo principe”, il secondo “1984” ed ora Anna Karenina.

Questo libro non può essere definito, a mio parere, solo come un romanzo: è un’opera d’arte. La narrazione è dolce, poetica e profonda. Ogni dialogo, descrizione, situazione ed ogni avvenimento è costruito con magistrale sapienza e raffinatezza.

Il linguaggio utilizzato per riferire, direttamente o indirettamente, i pensieri, le emozioni e i discorsi di ogni personaggio, cambia per ogni individuo e ne evidenzia la personalità in ogni sua sfumatura. Ogni parola è calibrata in modo da trasmettere con la massima efficacia tutte le passioni che sconvolgono uomini e donne di questo romanzo. 

Inoltre viene mostrato mirabilmente come ogni individuo possa usare un vocabolario e un atteggiamento diverso, nel proprio pensiero, nel relazionarsi coi propri intimi oppure nella vita di società.

Periodi semplici, ma suggestivi, coronano una narrazione a focalizzazione esterna di estrema bellezza, che scandaglia profondamente la psiche di ogni personaggio. 

Ed è questo secondo me il massimo punto di forza di questo romanzo, proprio i personaggi. Tutti trascendono una tipica visione manichea del mondo e raccolgono in sé pregi e difetti in egual misura. 

Per esempio, Aleksei Aleksandrovič Karenin, che esteriormente è una persona conservatrice, insensibile e conformista che ha molto a cuore le apparenze, interiormente è un individuo estremamente insicuro, dubbioso ed indeciso. 

Millanta mitezza d’animo per mantenere salda la sua figura e la sua posizione sociale, ma in realtà, nonostante lui stesso si voglia illudere, nella prima parte del libro, è solamente una persona che per troppo tempo si è rifiutata di guardare in faccia la realtà, essendosi convinto della perfezione della sua vita. Come dice lo stesso Tolstojcamminava su di un filo non accorgendosi dell’abisso sotto di lui”.

Aleksei Aleksandrovič rappresenta quindi una fetta molto consistente del genere umano: coloro che pur di vivere sereni, non prestano attenzione all’imminente disastro. 

L’autore, per dimostrare questo, descrive Karenin mostrando la sua contraddittorietà e tutto il suo dramma interiore. 

Il marito di Anna è anche spunto per trattare dell’influenza che una persona può avere su di un’altra, come nel caso della contessa Lidija Ivanovna, personaggio chiave per la conclusione tragica del romanzo. 

Essa è una figura costruita con la sublime accuratezza che contraddistingue tutta l’opera. È un esempio del fanatismo religioso e della tipica persona bigotta, tale, sia per moda, che per inclinazione naturale. Innamorata di Karenin, contribuisce ad acuire il malessere psicologico di Anna, non permettendole di visitare il figlio. 

Fa ciò anche perché vede la protagonista solo come una donna depravata e, pur ritenendosi una vera credente, non prova pietà per la sventurata e non ne riesce a capire il dramma interiore.  

Questo romanzo sviluppa due storie che si intrecciano. Entrambe parlano d’amore, ma quella di Anna e Aleksej Vronskij è una relazione fedifraga e irregolare. Il loro amore è autentico e sincero, ma anche passionale e li conduce alla rovina. 

Anna Arkàdievna Karenin è proprio una Didone ottocentesca. All’inizio, come la fondatrice di Cartagine, è una donna integerrima, ma viene poi sconvolta dalla più focosa e possessiva passione per il conte Vronskij. 

Inizialmente madre devota e moglie impeccabile, lascia tutto, perdendo la sua reputazione ed anche suo figlio. Essa è vittima di una tragica fiamma d’amore per un Enea di San Pietroburgo.

Per tutto il libro si vede e ci si commuove per il dramma di questa tapina: essa si rende conto della vacuità della sua vita, fatta solo d’apparenze e corbellerie insignificanti e per questo soffre terribilmente, facendo partecipe anche il lettore della sua disperazione, perfino nei momenti apparentemente sereni della sua vita. Soffre perché è costretta a rinnegare il suo passato e la sua scala di valori, per seguire un sentimento che non può contrastare. 

Deve abbandonare il figlio, affetto che fino a quel momento era il suo più caro e per ciò si strugge e si tormenta. Cerca consolazione nell’amore di quel giovane galante per cui ha rinunciato alla sua vita, ma il suo attaccamento è talmente eccessivo da farle infine inimicare Vronskij. 

L’ amore di Anna si trasforma il gelosia morbosa e disperato bisogno della presenza del compagno. Quando lui chiede un po’di libertà e se la prende, come Enea che deve partire per il Lazio, Anna inizia ad impazzire. Il suo smarrimento si raddoppia. Le Erinni la inseguono per aver lasciato il figlio e tradito il marito, ma ora deve combatterle da sola. L’unica soluzione possibile le pare la morte. Come Didone, morendo, punta a punire colui per il quale ha sofferto e tradito. Invece di andarsene col fumo d’una pira premeditata, la sua morte è fulminea e decisa in un istante, in preda alla follia dei suoi tragici sentimenti, che la guidavano alla stazione per allontanarsi da lui. 

Non ritengo giusto sminuire Anna Karenin definendola una suicida: la sua morte ha un significato molto profondo. 

Lei è una vittima. Vittima di una follia non instillata in lei dal Fato o dagli dei come nel caso di Didone, ma dalla gente. Anna è impazzita a causa di una civiltà estremamente bigotta e repressiva, di una società che impone di mantenere le apparenze soffocando l’autentica personalità di un individuo, di una cultura che non accetta l’amore libero, ma ritiene il legame matrimoniale una cosa santa e indissolubile. 

Anna è vittima dei suoi tempi e di una cultura che l’ha isolata, tacciandola come fedifraga, non cercando di comprendere la sua tragica situazione. 

Trovo che la percezione delle vicende che coinvolgono Anna da parte del figlio, sia uno dei temi più struggenti di tutto il libro perché oltre al dramma di perdere la madre, si aggiunge anche l’ingenuità del povero ragazzo che in primis non capisce chi sia Vronskij ed infine non vuole credere al padre quando gli viene detto che la madre è morta. Serëža, che non vuole crederla defunta, non capisce perché Anna abbia voluto lasciarlo. Tutto il suo dramma viene esplicitato con tanta esattezza ed efficacia che sono io stesso portato ad angosciarmi, a soffrire e a domandarmi come possa una madre lasciare il figlio.

Questo penso sia la prova della maestria di Lev Tolstoj: l’autore non è solo riuscito ad intrattenermi con una struggente storia, è riuscito a rendermi, qui come anche in altri casi, effettivamente partecipe. È stato capace di farmi trasformare in quel bambino e in quella donna, illustrandone così i drammi non solo concettualmente, ma anche emotivamente.

Altrettanto centrale quanto Anna, è Vronskij con il suo carattere, all’inizio perfettamente combaciante con l’ambiente mondano che lo circondava, ma che poi si trasforma e matura molto durante la storia. Il suo sentimento verso Anna, da un’infatuazione di un ambizioso giovane ufficiale, si trasforma in un amore profondo. A differenza dell’amata però, lui non perde mai il contatto con la realtà, né si illude riguardo alla felicità della loro posizione ed ha, in ogni momento, presente le proprie necessità. 

Sua scusabile pecca è non saper comprendere appieno i bisogni di Anna. Perchè infatti il suo non è un amore morbosamente folle e perciò ha comunque bisogno di altre distrazioni e non si può saziare solo della compagnia di Anna, come invece lei vorrebbe.

Questa parte principale del libro, mostra dunque come venga percepita dai vari individui la società in cui sono immersi, come essa possa influire sulle vite di tutti e come la tipica passione distruttiva, causa di tanti mali e dilemmi, anche dalla cattiveria o incomprensione delle persone che si hanno affianco.

Trait d’union tra le due storie in questo romanzo è Stepan “Stiva” Arkadevič Oblonskij. 

Il fratello di Anna è parabola della decadente alta società di quell’epoca.

È un uomo buono, abituato a vivere nel lusso circondato da raffinatezze. I problemi finanziari non affettano però minimamente le sue abitudini e pur di mantenere il modus vivendi tradizionale dei suoi padri, crea debiti ovunque. La sua infedeltà nei confronti della moglie è l’espediente, necessario a Tolstoj, per introdurre Anna nella storia. Infatti il suo intervento appacifica i coniugi, ma nel mentre che si trova a Mosca, si innamora di Vronskij che era spasimante di Kitty. Katerina Ščerbackaja è sicuramente un altro personaggio sublimemente costruito. È una donna dalla forte personalità, anche lei in balia dei sentimenti e della società, ma non è una Didone ottocentesca. Kitty è più simile a Beatrice: essa fonte di è salvezza e redenzione per il suo Dante (Konstantin Dmitrič Levin). Katerina però non è un essere divino; lo è per Levin che la vede con gli occhi dell’innamorato, ma nel libro la si conosce anche come essere umano, che soffre, che desidera, che sbaglia e che ama. Il suo punto di forza è la fede. La sua religiosità è genuina e non sfocia nel misticismo della contessa Lidija Ivanovna, ma matura nel corso della sua vita, fino a mettere in pratica gli insegnamenti di Gesù assistendo gli infermi e i moribondi. Al capezzale del fratello del marito, si vede con quanta sincerità e convinzione essa abbia interiorizzato questi precetti. 

Uno dei momenti più poetici e suggestivi del romanzo, oltre alla morte di Anna, è la dichiarazione la seconda proposta di matrimonio che Levin fa a Kitty. Gli innamorati, riconciliati dopo molto tempo, non scambiano nemmeno una parola ed eppure si dicono tutto. Solo le iniziali delle parole che compongono la frase vengono scritte e nonostante ciò i due si intendono perfettamente e sanno con certezza cosa stia dicendo l’altro. 

Questa situazione inoltre è condita da profondi ed intensi sguardi e da impercettibili sorrisi. Inoltre questi dialoghi muti sono interrotti brevemente, ma di continuo, dai pensieri di Kitty e di Levin; questo, a mio parere, coinvolge il lettore e lo lascia estasiato ed intrappolato in un elegantissimo vortice di pensieri, immagini poetiche e romanticismo.

La storia che procede a braccetto con quella di Anna vede quindi centrale un altro amore: quello di Kitty e Levin. La loro non è una passione meno intensa e travagliata di quella di Anna e Vronskij, ma ha un finale ben diverso. Si può, secondo me, senza problemi paragonare l’amore di questa storia a quello di cui ci racconta Dante. È una passione sincera e ardente che però non danna, ma redime. Nonostante infatti il loro cammino sia travagliato, alla fine Katerina e Konstantin Dmitrič alla fine raggiungono la felicità.

Alcuni interessanti articoli che ho letto, sostenevano che Levin fosse il vero protagonista del libro e che la prima idea di Tolstoj fosse di scrivere un romanzo sulle politiche agrarie. Non so se ciò sia vero, ma sicuramente Levin ha un peso nell’opera equiparabile a quello di Anna.

Molto importante in questo romanzo è sicuramente l’analisi socio-politica della società Russa. Non solo vengono criticati o messi in evidenza certi usi e costumi dell’alta società, ma proprio grazie all’esperienza di Levin, viene mostrato il resto della popolazione. Vengono descritti i ceti sociali più bassi, che pur non essendo più servi della gleba, vivono nella miseria e nell’ignoranza. Vengono esposte varie teorie sulla gestione dei latifondi e sui rapporti con i lavoratori; in alcune il lavoratore viene considerato come uno strumento, in altre gli concedono più libertà. Anche il comunismo era un filone di pensiero nella Russia del XIX secolo ed immancabilmente Tolstoj lo racconta in un modo molto particolare: tramite il malato fratello di Konstantin Levin. Nikolaj è una figura estremamente complessa: nonostante sia di sangue nobile, si schiera dalla parte dei poveri, è affezionato a suo fratello, ma il suo fervore nelle discussioni lo porta a distaccarsene spesso. 

In questo marasma di idee contrastanti, di sfacelo morale e di cambiamento, Konstantin Dmitrič Levin si trova, come ogni uomo, a camminare per la vita venendo a contatto con tutte queste ideologie e prendendo spunti da un po’ tutte forma il suo proprio pensiero. In effetti Levin rappresenta l’essere umano. Si ritrova spesso in balia del Fato, ma non rinuncia mai a lottare e persevera nella ricerca della conoscenza e della giustizia.

 Infatti anche il dibattito filosofico-religioso interiore è una caratteristica di Levin. Lui è un uomo comune, che è attanagliato dai dubbi, ma che anche, nei momenti di sconforto, non getta mai la spugna e continua nella infinita lotta per capire quale sia e se ci sia un principio morale universale. Egli è un possidente, ma nei lavoratori non vede solo strumenti di profitto o ladri. Egli riconosce in ogni suo dipendente una persona. Vive la propria vita cercando sempre di fare il bene, ma la domanda che sempre si pone è cosa sia il bene. 

L’ultima parte del libro parla della conversione del latifondista. Levin si ritrova nel bosco e egli pare di avere infine capito il vero principio che regola il mondo e secondo il quale deve vivere. Realizza che solo amando secondo il principio d’amore proposto dalla religione cristiana, avrebbe potuto vivere sereno. Speranzoso e pieno di vita esce quindi dal bosco.

Ad una prima lettura ero rimasto negativamente colpito da questo finale, perché mi sembrava non coerente con la fine psicologia che permea questo libro. Mi sembrava banale concludere un tanto complesso e profondo racconto con una totale conversione e con affermazioni quali “l’importante è amare senza farsi domande”, perché, a mio parere, la curiosità e la sete di conoscenza sono ontologicamente intrinsechi nella natura umana. Ad una più attenta rilettura del capitolo finale, però, ho saputo cogliere la sottilissima ed intelligentissima riflessione che ha proposto l’autore. Levin tradisce quasi immediatamente i suoi buoni propositi e ne è profondamente turbato. Scaturisce da ciò una serie di interrogativi sul suo rapporto con la divinità e sul rapporto delle altre religioni con Dio. Infine meditando realizza che non importa come gli altri si relazionino alla mondo del divino, ma che la sua vita abbia finalmente un senso: la ricerca del bene, indipendentemente dagli errori che possa commettere. 

Questo nuovo sentimento non mi ha mutato, non ml ha dato quella gioia, quella luce che sognavo. È come il sentimento che ho per mio figlio. Non c’è stata nessuna sorpresa. Non so se questo mio sentimento sia la fede, ma esso è entrato in me impercettibilmente con la sofferenza e si è fermamente radicato nell’anima mia. 
Seguiterò a stizzirmi contro il cocchiere Ivan, seguiterò a discutere, a manifestare male a proposito i miei pensieri, ci sarà sempre una parete fra I’ altra gente e il santo dei santi della mia anima; anche mia moglie non varcherà quel limite, seguiterò a incolparla delle mie paure e ne avrò rimorso, seguiterò a non capire perché prego e seguiterò a pregare, ma la mia vita ora, qualunque cosa possa accadermi, ha un senso, e ogni minuto della mia esistenza avrà sempre un senso profondo che potrò imprimere ad ogni mia azione: la conoscenza del bene.

Luca Vezzoli