“Timidezza e Dignità” di Dag Solstad

“Timidezza e Dignità” di Dag Solstad

In questi giorni surreali dove riflettere è improvvisamente diventato un bisogno impellente, siamo forse arrivati al punto di farlo così tanto da perdere la bussola. Confesso che nella mia confusione , nell’ansia, nello sconforto e nella noia, è diventato per me molto difficile dare una direzione ai pensieri, così mi sono sorpresa a sperare di trovare, appunto, una bussola. Qualcosa, in effetti, l’ho trovato: un insospettabile libricino di nemmeno duecento pagine. Un romanzo norvegese. Io di letteratura norvegese so ben poco, a parte “l’anitra selvatica” di Ibsen, ma insomma quella la conoscono un po’ tutti. Così, partendo da questo presupposto non avevo molte speranze di capire e anzi ero pronta alla peggiore sconfitta del lettore: l’incapacità di concludere il romanzo. Ma con mia grande sorpresa posso dire che mi sbagliavo.

Il romanzo è ambientato ai giorni nostri, nella seconda decade del ventunesimo secolo. Siamo in un liceo di Oslo, una scuola come tante, una mattinata come tante, una lezione come tante. Il professore in cattedra si chiama Elias ed è ormai un uomo sulla sessantina, ma soprattutto, è un professore di letteratura norvegese. Ma più che un semplice professore, Elias è un cultore della sua materia, un uomo innamorato delle lettere, cresciuto tra le pagine dei romanzi e i dialoghi dei drammi norvegesi. La sua lezione è indirizzata ad un gruppo di futuri maturandi e (qui torna utile la precisazione sulla mia conoscenza della letteratura norvegese) è incentrata sull’atto finale de “L’anatra selvatica” di Ibsen. Perché come quasi tutti sapranno, l’ultimo atto di questo dramma è straziante e si conclude con il suicidio disperato di una giovane ragazza, per guadagnarsi l’eterno amore del padre.

Tra i tanti personaggi del dramma, uno di questi è particolarmente misterioso: il dott. Relling. È infatti quest’ultimo ad attirare l’attenzione del professore che, in balìa delle passione letterarie, quasi fosse folgorato da un’epifania, ne fa un’analisi inedita e profonda, sorprendente persino per lui stesso. La valanga di parole che animatamente trasporta il professore sembra non avere però alcun effetto sui suoi studenti. Nei loro volti c’è invece quasi l’espressione di affronto, di offesa e soprattutto di noia.

In quel momento per Elias cambia tutto.

La noia su quei volti ha un sapore diverso dalla noia tanto decantata e amata dalla filosofia e dalla letteratura. È vuota, è piatta, a tratti è quasi rabbiosa. Si fa così strada, d’improvviso, uno sconforto mai provato. Uno sconforto che prende forma in pura rabbia, aggressività e lo spinge ad un gesto irrazionale e sconsiderato. Ecco che l’immagine che fino ad allora il professore aveva costruito di sé, un uomo in giacca e cravatta, cordiale e ragionevole, mite ed educato, viene stravolta da una crisi di nervi. 

Quella mattina così assurda gli dà l’occasione di riflettere sulla sua vita, sul suo passato, sul suo presente. Ritorna dunque ai tempi dell’università, ai burrascosi anni a cavallo i 60’ e i 70’ , rispolverando ricordi sopiti da qualche parte dentro di sé. Torna quindi limpida l’immagine della sua giovinezza da studente convintamente marxista, guidato nel suo entusiasmo rivoluzionario da un giovane amico, brillante e misterioso, promettente filosofo. Il lettore riscopre l’entusiasmo di un’epoca che prometteva di cambiare tutto, che sognava un mondo migliore, che criticava i genitori e tentava di costruire qualcosa di meglio per i figli.

Eppure, d’improvviso, Elias è lì, negli anni duemila, negli anni del trionfo del capitalismo, dell’individualismo, davanti ai volti di una generazione persa, quella dei suoi studenti e davanti al fallimento di un’altra generazione, la propria. La generazione dei giovani sessantottini che combatteva per un mondo migliore, di colpo si trova a capire di non essere nemmeno riuscita a difendere dignitosamente gli ideali social-democratici, travolti dal selvaggio neo-liberismo e dall’individualismo. Ecco lì, quel disagio che Elias sente, che tutti noi socialisti sentiamo e che subito dopo ci conduce a quella domanda: la colpa è mia o di questo mondo? 

Un libricino di nemmeno duecento pagine riesce in pochissime parole a descrivere con incredibile accuratezza la storia di una generazione perduta, il senso di smarrimento di tutti noi (anche dei più giovani) e il mistero del “luccicante capitalismo”, quello che l’autore definisce come un “fascino che ci attira verso le tenebre”, molto più di un semplice sistema economico, di un’idea politica. 

Lo stile di scrittura, quasi una specie di flusso di coscienza, se all’inizio può infastidire, diviene poi indispensabile per trasportarci nel senso di confusione e di smarrimento che Elias ci vuole trasmettere, in cui, a malincuore, tutti facilmente ci immedesimiamo.

Ma è una confusione molto feconda, molto utile per riordinare le idee di una giovane socialista come me, che oggi guarda il mondo impazzito dalla sua finestra e si chiede: “cosa è andato storto?”.

Consigliatissimo.

Carlotta Scozia.