Non bisogna ripartire, bisogna ricominciare

Non bisogna ripartire, bisogna ricominciare

Sono giorni, settimane, mesi difficili. Tragici e traumatici. Sentiamo giornalisti, politici, economisti che chiedono di pensare alla ripresa della vita pubblica e privata del Paese. Stiamo assistendo all’esplosione drammatica degli effetti che le diseguaglianze hanno prodotto sul tessuto sociale ed economico del nostro ordinamento giuridico e statale. La battaglia contro il coronavirus non durerà per un tempo breve, non terminerà facilmente e questi momenti non resteranno impressi solo nella nostra memoria ma riempiranno e scriveranno le pagine del grande libro della Storia, segnando i destini di tante generazioni presenti e future.

Il tema centrale resta comunque l’emergenza sanitaria, un impianto confuso e complesso pieno di norme e garanzie che andrà inevitabilmente rivisto. Infatti vi è troppa insicurezza ed incertezza: ogni Regione ha le proprie regole e lo Stato rimane un arbitro con poco potere. E conseguentemente a ciò la politica avrà il difficile e complesso compito di pensare ad un nuovo Sistema, lontano dalle logiche del mercato. Saranno scelte da prendere in modo condiviso e trasversale, senza dimenticare le differenze tra pensieri e programmi di segno opposto.

Ma l’Italia di domani va costruita oltre i confini degli steccati e delle geografie politiche dei vari schieramenti. E le idee in campo andranno giudicate nel merito e non dalla provenienza.

Anche il tema Sanità si politicizzerà sempre di più, con anche qualche evidente ragione. Perché infatti è abbastanza paradossale vedere regole diverse in base alla Regione di appartenenza. E in questo senso, la grande sfida sarà investire nello Stato, ritornare ad avere fiducia nel Pubblico e abbandonare il mantra dell’inefficienza statale sostituita dall’intervento privato.

Troppe volte infatti si è avuto quasi paura di ammettere che abbiamo bisogno di uno Stato forte e la corsa alle liberalizzazioni e alle esternalizzazioni non ha fatto altro che generare mostri e sacche di diseguaglianze, che oggi chiedono il conto scaricando il costo economico e sociale della crisi sulle fasce più deboli.

D’altronde solo pochi decenni fa lo Stato rappresentava l’eccellenza e la sicurezza sociale. Un’idea della dimensione collettiva della vita pubblica, di qualcosa che appartiene a tutti e quindi va tutelato e difeso. 

Oggi usiamo la logica dell’emergenza, la retorica del “è come stare in Guerra”. Ed è anche vero che siamo in uno stato d’emergenza. È “normale” che occorrano decisioni rapide. Ma sicuramente è da sciacalli creare polemiche, o peggio, costruire pericolosi intrecci di false notizie per elemosinare consensi elettorali. Insomma, il metodo Salvini-Meloni in questi giorni fa male a tutti più di quanto già normalmente non lo facesse.

Ma ritorniamo al punto centrale del ragionamento.

Siamo in un periodo eccezionale di semplificazione del momento decisionale: uno decide per tutti, nell’interesse di tutti e nessuno può opinare perché su alcuni temi, tipo le restrizioni sociali, non abbiamo tempo per farlo.

“E quindi?” Vi starete chiedendo.

È una crisi nella crisi! Il prezzo delle scelte economiche neoliberiste che stiamo pagando oggi nella piena emergenza sanitaria, non può risolversi nella deriva autoritaria e sovranista dei governi nazionali.

In poche parole, non può succedere che il Mondo Intero si trasformi in una Grande Ungheria in nome dell’emergenza e del dolore che stiamo vivendo sui nostri corpi. E di conseguenza l’esempio da seguire non può essere Orban, che ha estorto i pieni poteri “democraticamente” al parlamento nazionale, che rischia di essere un rigurgito del peggior passato e che sembra diventare sempre più un antipasto di un amaro futuro prossimo.

E allora bisognerà ricominciare dalla sovranità che appartiene al popolo, che la esercita nei limiti imposti democraticamente dagli ordinamenti. Di conseguenza riprendere in mano la questione sociale e farne un manifesto politico per una nuova era di diritti garantiti ad ogni essere umano. Sanità pubblica ed efficiente, finanziamenti importanti per scuola, università e ricerca. Salari che non siano da fame ed un reddito di base per tutti. Infrastrutture e trasporti nuovi ed accessibili su tutto il territorio nazionale. Uno sviluppo sostenibile ed inclusivo per una riconversione ecologica del tessuto industriale e produttivo che non privatizza i profitti socializzando solo le perdite.

Insomma, un mondo nuovo e più giusto, per ricominciare insieme ognuno con le stesse possibilità.

Marco Loria