Perché fare politica?

Perché fare politica?

Chiunque faccia politica arriva sempre al fatidico momento in cui chiede a se stesso il perché di quell’agire.

Insomma, perché non fare altro? Perché non destinare il proprio tempo allo svago oppure ad altre passioni?

Eppure la politica è un qualche cosa che anima i cuori di molti, da secoli. E per questi ”molti” pare essere un qualche cosa di così naturale, così scontato, quasi come mangiare o dormire. Insomma, una sorta di istinto alla politica, che dà in qualche modo ragione alla definizione aristotelica di uomo, che per sua natura sarebbe un animale politico.

E allora vedere tutta quella schiera di politici in televisione tutto d’un pezzo parlare con una tale sicurezza, quasi al di là delle naturali fragilità umane, diventa una cosa normale, facente parte della quotidianità di ognuno di noi.

Ma non abbiamo ancora risposto alla domanda posta in principio: perché fare politica?

Forse se lo chiedete a loro, ai politici, magari non davanti ai riflettori, dove devono articolare discorsi pieni di verve e di senso quasi filosofico del loro operato, vi daranno come risposta una controdomanda su un principio di opposti: e perché non farla?

Ma sebbene la risposta potrebbe in un certo senso anche essere plausibile, non basta. Anche se potrebbe essere la risposta perfetta per tutte le domande dove vi si chiede sul perché delle vostre scelte. Insomma pensate semplicemente alla domanda sul perché vi siete iscritti all’università. Almeno dopo la sessione vi verrà anche di rispondere ”perché no”, magari invece prima della sessione la risposta è di gran lunga più tragica. Ma non perdiamo il filo.

Perché fare politica?

Perché è giusto farla. Perché è un dovere, verso la società, verso i nostri genitori, i nostri amici, i nostri nonni, i nostri futuri figli, i nostri avi, insomma verso tutto e tutti.

Abbiamo il dovere di dare un contributo a chi col proprio sudore e col proprio impegno ci fa svegliare in un paese dove ci sono cose che funzionano. Ma a fronte di cose che funzionano, ce ne sono molte altre che non lo fanno, oppure non esistono, perché nessuno ancora ci ha pensato.

Così allora, noi abbiamo il dovere di far funzionare ciò che non funziona o ciò che ancora deve essere creato e messo in moto dalle nostre menti e dalle nostre braccia.

E questa forse sembra la risposta quasi filosofica del politico davanti ai riflettori. Ma se non fosse così? E se questa risposta dovesse valere per tutta la società?

Perché fare politica non è soltanto creare e far funzionare delle cose. Infatti come in ogni cosa ci sono dei ruoli, che si basano sull’interesse e sulle competenze.

Allora c’è chi crea, chi fa funzionare le cose, e chi ti dà la fiducia per farle funzionare. E la fiducia in una democrazia è un po’ come la benzina per la macchina, la fa funzionare e sfrecciare al ritmo di brevi ma potenti scoppiettii.

E allora gli attori di questo spettacolo, di questa festa, quale è ogni giorno la democrazia nei paesi liberi, sono i politici, che fanno funzionare la macchina del paese, ma anche i cittadini che danno loro la fiducia.

Di conseguenza fare politica non è soltanto parlare in televisione e sedere in Senato, è anche andare a votare, e prima di fare ciò informarsi al meglio, per non incorrere in una scelta affrettata e diciamo cosi, di pancia.

Insomma, siamo tutti politici, tutto il popolo. Ma d’altronde non significa questo la parola ”democrazia”?

Ma andando a riflettere sulla politica che potremmo chiamare attiva, insomma quella fatta attivamente, non c’è solo quella a Roma, che vediamo in tv. C’è quella fatta in Europa per esempio, poi c’è quella locale, delle regioni, delle province, dei comuni. Che vede centinaia di persone che si impegnano ogni giorno a far funzionare le cose, dai piccoli problemi dei paeselli ai grandi temi del paese.

Poi c’è anche quella fatta in università, che vede ragazzi di ogni facoltà che, senza chiedere nulla, spendono il loro tempo per aiutare gli altri e per rendere lo studio e le condizioni nelle quali si studia migliori.

E si passa dalle informazioni inerenti ai singoli corsi, alle risoluzioni dei problemi coi docenti e con la segreteria, fino alle questioni più tecniche come appelli e programmi delle facoltà.

E perché lo fanno? Torniamo sempre inevitabilmente alla domanda iniziale.

Lo fanno perché sono altruisti, perché sapendo quanto possa essere difficile muoversi in un ambiente come quello delle università pubbliche, decidono di dedicare un po’ di tempo agli altri.

Ma per tornare alla metafora di prima, per far partire la macchina della società serve che tutta la società faccia la sua parte. Per far partire la macchina dei diritti e della difesa degli interessi degli studenti, serve che tutti gli studenti facciano la loro parte.

E in ragione sempre del proprio interesse e delle proprie competenze. Quindi ci sarà chi farà parte degli organi politici dell’università, chi risponderà alle richieste sui social, chi farà tutta la parte pratica. Ma ci dovrà essere anche chi fornisce la benzina del sistema, che è la fiducia e quindi il voto.

E così, tutti assieme, potremo fare politica. Quella bella, quella che vuole soltanto difendere chi non può farlo, e dare voce con la rappresentanza, a chi si è perso tra le ingiustizie e le difficoltà dei corridoi della nostra università.

Quindi, ripeto la domanda: perché fare politica?

Vladislav Karaneuski